77. 9 Novembre 1971




I.: Sono molto legata ai miei figli e alla famiglia. Come si vince l'attaccamento?
M.: L'attaccamento nasce con l'idea dell'"io" e del "mio". Trova il vero significato di queste parole e sarai libera da ogni schiavitù. La mente si dispiega nel tempo. Le cose ti accadono una dopo l'altra e ne resta il ricordo. Non c'è nulla di sbagliato in ciò. Il problema sorge solo quando il ricordo dei dolori e dei piaceri trascorsi - che sono essenziali a qualsiasi forma di vita - diventa un comportamento riflesso, e oppressivo. Questo riflesso assume la forma dell'"io" e usa il corpo e la mente per i suoi scopi, che sono invariabilmente la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Quando riconoscerai l'"io" per quello che è, un grappolo di desideri e paure, e il "mio", come il ricettacolo di tutto l'occorrente, in cose e persone, per evitare il dolore e assicurare il piacere, vedrai che l'"io" e il "mio" sono falsi e infondati. Creati dalla mente, la dominano finché sono presi per veri; non appena se ne dubita, dileguano. Poiché sono di per sé insussistenti, hanno bisogno di un supporto che trovano nel corpo, il quale diventa il loro punto di riferimento. Quando dici "mio" marito, i "miei" bambini, intendi il marito e i figli del corpo. Abbandona l'idea di essere il corpo e affronta la domanda: chi sono? Immediatamente si mette in moto un processo che ripristina la realtà o che, piuttosto, riconduce la mente alla realtà. Basta non avere paura.
I.: Chi sono per averla?
M.: Entri nella realtà solo se abbandoni le idee di "io" e "mio". Allora ristabilisci il tuo stato normale e naturale, nel quale non sei né il corpo né la mente, né l'"io", né il "mio". È la pura consapevolezza di essere, senza essere questo o quello, e senza identificarti con alcunché di particolare o generale. In quella limpida luce della coscienza non c'è nulla, nemmeno l'idea del nulla. Solo luce(1).
I.: Ci sono persone che amo. Devo abbandonarle?
M.: Abbandona solo la presa psichica. Il resto riguarda loro. Potranno continuare a interessarsi a te, oppure no.
I.: Come no? Non sono i miei cari?
M.: Sono i cari del tuo corpo, non di te. O meglio, non c'è nessuno che non sia un tuo caro(2).
I.: E le mie proprietà?
M.: Se non c'è il "mio", dove sono le proprietà?
I.: Allora, se perdo l'"io" perderò tutto?
M.: Forse sì, forse no. E comunque per te sarà lo stesso. La tua perdita sarà il guadagno di qualcun altro. Non t'importerà.
I.: Se non m'importerà, perderò proprio tutto!
M.: Se non hai nulla, non hai problemi(3).
I.: Mi resta quello della sopravvivenza.
M.: Ci pensa il corpo a risolverlo, mangiando, bevendo e dormendo. Ce n'è a sufficienza per tutti, purché sia condiviso.
I.: La società è basata sul prendere, non sul condividere.
M.: Condividendo la cambierai.
I.: Non me la sento. Del resto, le mie proprietà sono già tassate.
M.: Non è lo stesso che condividere volontariamente. La società non cambierà con la costrizione. Ci vuole un cambiamento nel cuore. Convinciti che niente è tuo, che tutto è di tutti. Solo allora la società potrà cambiare.
I.: La comprensione di un uomo non porterà lontano il mondo.
M.: Il mondo in cui vivi sarà profondamente influenzato. Sarà sano, felice e aperto. Il potere di un cuore sincero è immenso.
I.: Ditecene di più.
M.: Parlare non è il mio svago preferito. A volte parlo, a volte no. Il fatto che parli o no, fa parte di una data situazione, e non dipende da me. Quando c'è una situazione in cui devo farlo, mi ascolto parlare. Altre volte no. Per me è tutto lo stesso. Che parli o no, la luce e l'amore dell'essere ciò che sono, restano intatti, né comunque dipendono da me. Esistono e io lo so(4). C'è la lieta consapevolezza, ma nessuno che sia lieto. Non che manchi il senso dell'identità, ma è l'identità di una traccia della memoria, come quella di una serie di immagini sullo schermo. Senza la luce e lo schermo non c'è il film. Riconoscere che il film è l'effetto di un gioco di luce sullo schermo, libera dall'impressione che sia reale. Limitati a capire che tu ami il sé, che lui ti ama, e che l'"io sono" è il vincolo tra voi, nonostante l'apparente diversità. Vedi l'"io sono" come un segno d'amore fra l'interno e l'esterno, la realtà e l'apparenza. Come nel sogno tutto è mutevole tranne la coscienza dell'"io" che ti fa dire "Ho sognato", così l'"io sono" ti fa riconoscere "Sono ancora il vero me stesso. Non sono io che faccio, e niente è fatto a me. Sono ciò che sono e nulla può influenzarmi. Sembro dipendere da tutto, in realtà tutto dipende da me".
I.: Sostenete di non far nulla: non state forse parlando?
M.: Non ho la sensazione di farlo. Il parlare accade.
I.: Io parlo.
M.: Veramente? Piuttosto, ti ascolti parlare e dici: parlo.
I.: Chiunque dice: "io lavoro, vengo, vado".
M.: Non ho niente da obiettare alle convenzioni del tuo linguaggio, ma esse distorcono e distruggono la realtà. Sarebbe più appropriato dire: "c'è un parlare, un lavorare, un andare e venire". Perché accada una cosa, l'universo deve coincidere in quel punto. È sbagliato credere che ogni singola cosa possa causare un evento. Ogni causa è universale. Il tuo stesso corpo non esisterebbe se l'universo non contribuisse alla sua creazione e sopravvivenza. Le cose accadono come accadono perché il mondo è com'è. Per alterare il corso degli eventi, devo immettere un fattore nuovo, che non può essere che me stesso, il potere dell'amore e della comprensione messi a fuoco dentro di me.
Quando nasce il corpo, gli succedono un mucchio di cose alle quali tu, che ne sei solo l'abitante, partecipi credendo di essere il corpo stesso. Piuttosto, sei come lo spettatore che ride e piange per la trama del film. Basta che egli sposti l'attenzione dallo schermo su di sé per rompere l'incantesimo. Quando il corpo muore, la vita che vivi ora - un succedersi di eventi fisici e psichici - si estingue. Ma per quel tipo di estinzione, potresti non attendere la morte del corpo; basterebbe trasferire l'attenzione sul sé e mantenervela. Tutto avviene come se un potere misterioso creasse e muovesse ogni cosa. Persuaditi che non sei colui che muove, ma solo l'osservatore, e sarai in pace.
I.: Questo potere è separato da me?
M.: Naturalmente no. Ma devi anzitutto allenarti a diventare un osservatore spassionato. Solo allora coglierai la tua vera natura di amante e attore universale. Finché sei coinvolto nei triboli della persona, non puoi vedere nulla al di là. Verrà il momento in cui scoprirai di non essere né il particolare - la persona che appari -, né l'universale, ma al di là. Come la punta della matita può tracciare tantissimi disegni, così il punto inesteso della consapevolezza traccia i contenuti dell'universo; trova quel punto e sii libero.
I.: Con che cosa creo il mondo in cui sto?
M.: Con i tuoi ricordi. Finché ignori il tuo ruolo di creatore, vivi in un mondo limitato e iterativo. Se non ti identifichi col passato, sei libero di creare un mondo nuovo armonico e bello. Oppure, sii semplicemente - al di là dell'essere e del non-essere -.
I.: Che cosa mi resta se lascio andare i ricordi?
M.: Nulla.
I.: Ho paura.
M.: Avrai paura finché non assaggerai la libertà e le sue beatitudini. Naturalmente qualche ricordo che ti aiuti a identificare il corpo e a guidarlo, può restare, ma è l'attaccamento al corpo come tale, che devi estinguere; il corpo cessa di essere il campo del desiderio e della paura. Non è difficile capirlo e attuarlo, ma devi tenerci. Senza interesse non fai nulla.
Sei un grappolo di ricordi tenuti insieme dall'attaccamento. Saltane fuori e guarda. Per la prima volta vedrai qualcosa che non è un ricordo. Cessi di essere il tal-dei-tali, assorto nei fatti suoi. Sei finalmente in pace. Vedi che non c'è mai stato nulla di sbagliato al mondo: lo sbagliato eri tu, e ora è tutto finito. Le maglie del desiderio, che è figlio dell'ignoranza, non t'intrappolano più.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione

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