58. 22 Maggio 1971




I.: Uno dei mezzi più efficaci di autorealizzazione, secondo voi, è concentrarsi sull'"io sono". Perché proprio l'"io sono"? In che modo la concentrazione su quel pensiero mi influenza?
M.: Il fatto stesso di osservare modifica l'osservatore e l'osservato. Dopotutto, ciò che impedisce di cogliere la propria natura è la debolezza e l'ottusità della mente, e la sua tendenza a evitare il sottile e a fissarsi sul grossolano. Se segui il mio consiglio e ti concentri sull'"io sono", diventi consapevole della mente e delle sue continue divagazioni. La consapevolezza, che è armonia (sattva) in azione, dissolve l'ottusità, placa l'inquietudine e con gentile fermezza modifica la stessa sostanza mentale. Questo mutamento può non essere vistoso, perfino impercettibile; tuttavia è la profonda, fondamentale conversione dal buio alla luce, dall'inavvertenza alla consapevolezza.
I.: La formula "io sono" è di rigore? Non sarebbe lo stesso se mi concentrassi su "c'è il tavolo"?
M.: Come esercizio di concentrazione, sì. Ma non ti porterebbe oltre l'idea di tavolo. Non sono i tavoli che t'interessano, tu vuoi conoscere te stesso. Per questo poni con fermezza sotto il fuoco della coscienza l'unico indizio che hai: la certezza di essere. Fèrmati su di essa, meditaci sù, approfondiscila, finché il guscio dell'ignoranza s'infrangerà e tu emergerai nel regno della realtà.
I.: C'è un nesso tra il mio concentrarmi sull'"io sono" e la rottura del guscio?
M.: Il bisogno di trovarti, indica che sei pronto. L'impulso proviene sempre dall'interno. Prima che il tempo sia venuto, non avrai né il desiderio né la forza di dedicarti con tutto il cuore alla ricerca interiore.
I.: Non è la grazia del maestro, responsabile del desiderio e della sua soddisfazione? Non è il suo viso raggiante, l'esca che ci attrae e sospinge fuori di questa palude di sofferenza?
M.: È il maestro interno (sadguru) che ti conduce da quello esterno, come una madre accompagna il figlio dal maestro di scuola. Confida nel maestro e obbediscigli, perché egli è l'araldo del vero te stesso.
I.: Come incontrare il maestro giusto?
M.: Te lo dirà il cuore. Trovarlo non è difficile, perché lui è già in cerca di te. Il maestro è sempre pronto, tu no(1); e per apprendere, l'esser pronti è indispensabile, altrimenti ti può accadere d'incontrarlo, ma perdi l'occasione per pura disattenzione o testardaggine. Prendi il mio caso, non c'era nulla in me che promettesse grandi cose, eppure quando incontrai il mio maestro, lo ascoltai, gli credetti, gli obbedii.
I.: Non devo esaminare il maestro prima di mettermi nelle sue mani?
M.: Esamina, esamina! Ma che cosa puoi scoprire di lui se non come appare al tuo livello?
I.: Baderò se è coerente, se c'è armonia tra la sua vita e l'insegnamento.
M.: Di uomini così, ne incontrerai molti; ma non ti servono. Il maestro deve indicarti la via di ritorno a casa, al vero te stesso, e ciò ha poco a che fare con il carattere o il temperamento che lui mostra di avere. Non ti ha palesato che non è una persona? Il solo metro di giudizio è la misura del tuo cambiamento accanto a lui. Se ti senti in pace e felice, se comprendi te stesso con più chiarezza e profondità del solito, significa che hai incontrato l'uomo giusto. Non aver fretta; ma quando avrai deciso di affidarti a lui, fallo con fermezza, e segui le sue istruzioni senza discutere. Non è molto importante se lo accetti o no come maestro, o se ti colma la sua compagnia. Basta la cerchia del satsangha per condurti allo scopo. Se però hai già accettato un maestro, ascoltalo, ricorda, obbedisci. La titubanza del cuore è una cosa seria, e ti fa molto soffrire per causa sua. L'errore non è mai del maestro, ma del discepolo, quando è ottuso e ostinato.
I.: In tal caso, il maestro lo allontana o lo squalifica?
M.: Se lo facesse, non sarebbe un maestro. Egli temporeggia e attende finché il discepolo, puro e sobrio, non torna da lui, disposto a cooperare in modo migliore.
I.: Ma perché il maestro se la prende così a cuore?
M.: Vede tanti coinvolti in sogni di sofferenza e vuole svegliarli. L'amore non tollera il dolore, non è pigro. La pazienza di un maestro è illimitata, perciò non conosce sconfitta. Il maestro non sbaglia mai.
I.: Il mio primo maestro sarà anche l'ultimo o dovrò affidarmi a vari maestri successivamente?
M.: L'universo è il tuo maestro. Se sei vigile e pronto, impari da tutto(2). Se hai la mente tersa e il cuore pulito, ognuno che ti passi accanto t'insegna qualcosa. Invece, se sei pigro e inquieto, hai bisogno di proiettarti in un maestro esterno, in cui credere e al quale obbedire.
I.: Il maestro è inevitabile?
M.: È come chiedere se lo sia la madre. Per cambiare dimensione di coscienza, hai bisogno di aiuto. Talvolta può non essere nella forma di una persona concreta, basta una presenza sottile o un lampo dell'intuizione, ma l'aiuto ci vuole. Il sé interno scruta e attende che il figlio torni al padre(3). Al momento giusto, dispone tutto con affetto e efficienza. Se occorre un messaggero o una guida, manda il maestro a espletare il necessario(4).
I.: Dunque il sé interno sarebbe saggio, armonioso e perfetto, mentre la persona, un semplice riflesso. Se è davvero così trascurabile, perché occuparsi del suo benessere o addirittura della sua realizzazione? Chi bada a un'ombra?
M.: Hai introdotto una dualità inesistente. C'è il corpo e c'è il Sé. In mezzo c'è la mente, in cui il Sé si riflette come "Io sono". Ma la mente esclude di essere il Sé, e si scambia per il corpo, per molte ragioni: perché è imperfetta, rozza, irrequieta, scriteriata e ottusa(5). Però basta purificarla per farle scorgere la sua identità con il Sé. Quando la mente s'immerge nel Sé, il corpo non presenta problemi. Rimane ciò che è, un mezzo per conoscere e agire, ed esprimere il fuoco creativo che è dentro. Il suo valore ultimo è far scoprire il corpo cosmico, che è l'universo nella sua interezza. Quando ti realizzi, constati che sei sempre più di ciò che hai immaginato(6).
I.: Non c'è fine alla scoperta di sé?
M.: Non c'è inizio e non c'è fine. La grazia del maestro mi ha rivelato che il mio essere è indefinibile e illimitato: né "questo" né "quello", e vero in assoluto.
I.: In questa scoperta del proprio essere, a che punto interviene il trascendersi in nuove dimensioni?
M.: Tutto questo appartiene al regno della manifestazione; è nella struttura dell'universo che il più alto si ottenga attraverso la libertà dal più basso.
I.: Che cos'è più alto e che cosa più basso?
M.: Vedilo in termini di consapevolezza. Per "più alto", intendo la coscienza, quando si amplia e s'approfondisce. Tutto ciò che ha vita, serve a proteggere, perpetuare ed espandere la coscienza. Questo è l'unico significato e scopo del mondo. È l'essenza fondamentale dello yoga: sollevare perennemente il livello della coscienza, scoprire nuove dimensioni, con le loro caratteristiche, qualità e poteri. In questo senso l'universo intero è una scuola di yoga (yogakshetra).
I.: La perfezione è il destino dell'uomo?
M.: Di tutte le creature viventi - in ultima analisi -. La possibilità diventa certezza quando l'idea dell'illuminazione si profila nella mente. Non appena apprende che la liberazione è alla sua portata, non c'è creatura che possa dimenticarlo, perché è il primo messaggio della vita interiore. Esso metterà radici, crescerà e a tempo debito assumerà la forma benedetta del maestro.
I.: Così, dobbiamo tendere con tutte le forze alla redenzione della mente?
M.: E a che altro? La mente si svia, la mente torna a casa. Nemmeno il termine "sviare" è appropriato. La mente deve conoscersi sotto ogni forma. Niente è un errore se non si ripete(7).



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione

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