Nisargadatta Maharaj
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87. 15 Gennaio 1972




I.: Una volta ebbi una strana esperienza. Io non c'ero, non c'era il mondo, ma solo luce - dentro e fuori - e un'immensa pace. Durò quattro giorni, dopodiché ritornai allo stato normale di coscienza.
Ora ho la sensazione che tutto ciò che so, sia solo un'impalcatura, che ricopre e maschera l'edificio in costruzione. L'architetto, il disegno, i piani, lo scopo: non li conosco; c'è in corso un'attività, succedono cose; questo solo posso dire. Io sono quell'impalcatura, inconsistente e temporanea; finito l'edificio, sarà smantellata e rimossa. L'"io sono" e il "chi sono?" non hanno importanza, perché quando l'edificio sarà pronto, l'"io" se ne andrà naturalmente, senza lasciare domande su di sé cui rispondere.
M.: Non sei forse consapevole di tutto questo? Non è la consapevolezza il fattore costante?
I.: Il mio senso di permanenza e identità è dovuto alla memoria, che è così evanescente e inattendibile. Quanto poco ricordo, perfino del passato recente! Ho vissuto una vita, e che mi resta? Una manciata di avvenimenti, tutt'al più un romanzo breve.
M.: Che si svolge dentro alla tua coscienza.
I.: Dentro e fuori. Dentro: durante il giorno; e fuori: quando dormo. La coscienza non è tutto. Quante cose avvengono fuori della sua portata. Sostenere l'inesistenza di ciò di cui non sono cosciente, è profondamente sbagliato.
M.: È logico quel che dici, ma tu hai una conoscenza effettiva solo di ciò che rientra nel tuo campo di coscienza. Al di fuori di esso, qualunque attribuzione di esistenza, è dedotta.
I.: Può darsi che sia dedotta, tuttavia è più reale dei sensi.
M.: Sta' attento. Nel momento in cui cominci a parlare, crei un universo verbale, di idee, concetti e astrazioni, connesse tra loro e interdipendenti, meravigliosamente capaci di generarsi, sostenersi e spiegarsi l'una con l'altra, ma prive di una sostanza propria, mere creazioni della mente. Le parole alimentano parole, la realtà è silenziosa.
I.: Quando parlate, vi ascolto. Non è un fatto?
M.: L'ascoltare è un fatto, quello che ascolti no. Il fatto è sperimentabile, ossia il suono della parola e le onde cerebrali che provoca. Non c'è un'altra realtà al di là. Il suo significato è puramente convenzionale, buono a ricordarsi; una lingua si dimentica facilmente, se non la si pratica.
I.: Se le parole non hanno realtà in sé, perché parlare?
M.: Le parole servono allo scopo limitato della comunicazione, non convogliano i fatti, li segnalano. Quando sei oltre la persona, non ti serve che ti si parli, per sapere.
I.: Che cosa mi può portare al di là del piano personale? Come oltrepassare la coscienza?
M.: Parole e domande vengono dalla mente, e ti confinano lì. Per oltrepassare la mente, devi entrare nel silenzio e nella quiete. Pace e silenzio, silenzio e pace: questa è la via che mena al di là. Smetti di domandare.
I.: E quando avrò smesso, che farò?
M.: E che altro se non attendere e osservare?
I.: Attendere che cosa?
M.: Che il centro del tuo essere emerga alla coscienza. I tre stati: sonno, sogno e veglia, sono tutti nella coscienza, nel manifestato; anche quella che chiami incoscienza si manifesterà - a suo tempo -; il non-manifestato si trova assolutamente al di là. E oltre ancora, c'è il cuore dell'essere che batte di continuo: manifestato/non-manifestato, manifestato/non-manifestato (Saguna-nirguna).
I.: A parole suona bene. Vedere me stesso come un seme dell'essere, un punto nella coscienza, e l'"io sono" che pulsa, appare e scompare via via. Ma come realizzarlo, come andare al di là, nella realtà immutabile, senza parole?
M.: Non fare nulla. Ciò che il tempo ha raccolto, il tempo porta via.
I.: Perché allora tutte queste esortazioni a praticare lo yoga e a cercare la realtà? Mi fanno sentire pieno di poteri e responsabile, mentre è il tempo, in concreto, che fa tutto.
M.: Questo è il fine dello yoga: raggiungere l'indipendenza. Tutto ciò che succede, succede nella mente e alla mente, non all'origine dell'"io sono". Quando comprendi che tutto avviene da sé (chiamalo destino, volontà di Dio o semplice caso), rimani come il testimone, che comprende e gode, ma è imperturbabile.
I.: Se smetto di contare sulle parole, che ne sarà di me?
M.: C'è una stagione per la fiducia, e una per la sfiducia. Lascia che le stagioni facciano il loro corso; perché preoccuparsi?
I.: In un certo senso mi sento responsabile di ciò che accade intorno a me.
M.: Sei responsabile solo di ciò che puoi cambiare. E l'unica cosa che puoi cambiare è il tuo atteggiamento(1). Là sta la tua responsabilità.
I.: Mi consigliate l'indifferenza al dolore degli altri?
M.: Il fatto di essere indifferente o no, non c'entra. Tutti i dolori dell'umanità non t'impediscono di gustare il prossimo pasto. Il testimone non è indifferente. È la pienezza della comprensione e della compassione. Solo in quanto testimone puoi aiutare un altro.
I.: Sono stato nutrito di parole per tutta la vita. Le parole che ho udito e letto saranno miliardi. Mi hanno giovato? Per nulla!
M.: La mente forma il linguaggio e il linguaggio la mente. Sono strumenti, usali senza abusarne. Le parole possono solo portarti fino ai loro limiti; per oltrepassarle, devi abbandonarle, ed essere il testimone silenzioso.
I.: Come si fa? Il mondo mi disturba parecchio.
M.: Perché ti credi abbastanza grande da esserne influenzato. Non è così. Sei tanto piccolo che non ti si può inchiodare a nulla. È la mente che si fa intrappolare, non tu. Conosciti come sei: un punto inesteso nella coscienza, fuori del tempo. Sei come la punta della matita: al puro contatto con te, la mente traccia il suo disegno del mondo. Tu sei singolo e semplice, il disegno è vasto e complesso. Non fartene ingannare; rimani consapevole del puntino: che nel disegno è dappertutto.
Ciò che è, può cessare di essere; ciò che non è, può arrivare a essere; ma ciò che né è né non è, ma da cui l'essere e il non essere dipendono, è inattaccabile(2); conosciti come la causa del desiderio e della paura, svincolata da ambedue.
I.: Com'è possibile che io sia la causa della paura?
M.: Tutto dipende da te. Il mondo esiste grazie al tuo consenso. Ritira la fede nella sua realtà, e svanirà come un sogno. Il tempo abbatte le montagne; a maggior ragione puoi farlo tu, che sei l'origine intemporale del tempo. Infatti, senza la memoria e l'aspettativa, il tempo non esiste.
I.: L'"io sono" è il punto d'arrivo finale?
M.: Prima di poter dire "io sono", devi essere là per dirlo. L'essere non ha bisogno di essere cosciente di sé. Non hai bisogno di sapere di essere, ma devi essere per sapere.
I.: Ahimè, sono travolto in un mare di parole! Riconosco che tutto dipende da come vengono messe insieme, ma dev'esserci qualcuno che le dispone: in modo significativo. Accozzando a caso parole, non si sarebbero mai prodotti il Ramayana, il Mahabharata e la Bhagavad Gita. La teoria dell'emersione accidentale non tiene. L'origine del significato deve essere oltre. Qual è il potere che crea l'ordine dal caos? Vivere è più che essere, e la coscienza è più del vivere. Chi è il cosciente essere vivente?
M.: La domanda è la sua risposta: un cosciente essere vivente è un essere vivente cosciente. Le parole sono appropriate, ma tu non ne afferri a pieno l'importanza. Affonda nel significato delle parole, essere, vivente, cosciente, e la smetterai di girare in tondo facendo domande e mancando le risposte. Renditi conto, per favore, che non puoi porre una domanda valida su di te, perché non sai di chi chiedi. Nella domanda "io chi sono?", l'"io" è ignoto, e la domanda si può formulare così: "non so che cosa intenda per 'io'". Devi scoprire chi sei, perché io posso dirti solo ciò che non sei. Non sei del mondo, e nemmeno nel mondo. Il mondo non è, solo tu sei. Nella tua immaginazione, crei il mondo come un sogno. Così come non puoi separare il sogno da te, non puoi avere un mondo esterno e indipendente. L'indipendente sei tu, non il mondo. Non aver paura di un mondo che tu stesso hai creato. Cessa di cercare la felicità e la realtà in un sogno, e sarai sveglio. Non ti occorre conoscere tutti i "perché" e i "come", non c'è fine alle domande. Abbandona i desideri, rendi silenziosa la mente, e scoprirai.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E6, num. 26) Il merito non consiste nel numero, nella grandezza o durata degli atti, ma soltanto nell'intenzione.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 57) E se non è né bontà, né essere, né verità, né Uno, che cosa è dunque? È il nulla, né questo né quello. Se tu pensi ancora che è qualcosa, non è quello. Dove dunque l'anima deve cogliere la verità? Non la trova là dove essa è stabilita nell'unità, nella prima purezza, nell'impressione della pura essenza? Non trova là la verità? No, non trova là da cogliere la verità; ma piuttosto è di là che procede la verità, di là che è uscita.