Nisargadatta Maharaj
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85. 10 Gennaio 1972




I.: Dite di voi: "Sono fuori del tempo, immutabile, al di là degli attributi", e cose simili. Come lo sapete, che cosa ve lo fa affermare?
M.: Cerco solo di descrivere lo stato interiore che precede l'avvento dell'"io sono", poiché lo stato in sé, al di là della mente e del linguaggio, è indescrivibile.
I.: L'"io sono" è il fondamento dell'esperienza. Ma quella che cercate di descrivere, non è a sua volta un'esperienza, limitata e momentanea? Vi definite immutabile. Odo la parola, e ne conosco il significato letterale, ma la sua esperienza mi è ignota. Come posso infrangere la barriera e sapere direttamente, intimamente, che cosa significa essere immutabile?
M.: La parola stessa è il ponte. Ricordala, esplorala, percorrila intorno, guardala da tutte le parti, immergitici con la massima serietà; sopporta ogni ritardo e disappunto finché all'improvviso la mente ruoterà, fuori della parola, verso la realtà che è oltre. È come cercare di rintracciare una persona conoscendone solo il nome. Viene un giorno in cui le tue ricerche ti portano ad essa, e la parola diventa realtà. Le parole valgono. C'è un legame che le unisce ai significati, e se s'indaga attentamente sulla parola, si oltrepassa il concetto, e si tocca l'esperienza che sta al fondo. In realtà, questi reiterati tentativi di oltrepassare le parole, è ciò che si chiama meditazione. Il sadhana, la disciplina meditativa, non è che lo sforzo costante di doppiare il piano verbale verso l'ineffabile. Pare un progetto senza speranza, finché, all'improvviso, tutto diventa chiaro e così meravigliosamente facile. Ma finché ti appaga il modo in cui vivi, ti asterrai dal balzo finale nell'ignoto.
I.: Perché dovrei interessarmi all'ignoto? A che serve?
M.: A niente. Ma vale la pena di sapere che cosa ti confina tra le anguste pareti del noto. È la piena e corretta conoscenza di questo fatto, che ti porta all'ignoto. Non puoi valutarlo in termini di vantaggi e usi; essere quieto e distaccato, sottratto all'autocompiacimento, e ad ogni considerazione egoistica, è un presupposto essenziale alla liberazione. Puoi chiamarla morte; per me, è l'apice della vita, perché io sono tutt'uno con l'esistenza, nella sua pienezza, ardore, significato, armonia; che vuoi di più?
I.: Niente, naturalmente. Ma voi parlate di ciò che è conoscibile.
M.: Dell'inconoscibile parla solo il silenzio(1). La mente può parlare di ciò che conosce. Se indaghi con cura, il conoscibile dilegua, e solo l'inconoscibile resta. Ma al primo guizzo d'immaginazione e interesse, l'inconoscibile si oscura, e torna alla ribalta il conosciuto(2). Il noto, il mutevole, è ciò con cui vivi; l'immutabile non ti serve. È solo quando sei sazio del mutevole e spasimi per l'immutabile, che sei pronto a volgerti verso ciò che la mente non può che descrivere come vuoto e tenebra(3). Infatti, essa è avida di contenuto e varietà(4), mentre la realtà le si mostra vuota e invariabile(5).
I.: Per me assomiglia alla morte.
M.: Lo è. Ed è anche onnipervasiva, invitta, intensa al di là delle parole. Nessun comune cervello può reggerla senza scosse; di qui l'assoluto bisogno di una disciplina, un sadhana. Purezza del corpo e chiarezza mentale, non-violenza e non-egoismo, sono essenziali all'uomo per sopravvivere come entità spirituale e intelligente.
I.: Ci sono entità nella realtà?
M.: L'identità è realtà, la realtà è identità. La realtà non è una massa informe, un caos senza parole. È potente, consapevole, beata; paragonata ad essa, la tua vita è come una candela rispetto al sole(6).
I.: Come fate a sapere che siete nell'immutabile?
M.: Si può pensare e parlare del mutevole. L'immutabile può solo essere vissuto nel silenzio. Dopodiché, pur restando inalterato, influenzerà profondamente il mutevole.
I.: Come sapete di essere il testimone?
M.: Non lo so, lo sono. Sono perché, per essere, ogni cosa va testimoniata.
I.: Si può anche accettare l'esistenza indirettamente.
M.: Ma alla fine si arriva ad aver bisogno di un testimone diretto. La testimonianza, deve essere almeno possibile e fattibile. L'esperienza diretta è la prova finale.
I.: L'esperienza può essere errata e ingannevole.
M.: Certo, ma non il fatto che la fa essere. Qualunque sia, vera o falsa, non si può negare che accade. Si prova da sé. Se ti osservi da vicino, ti rendi conto che la testimonianza non dipende dai contenuti della coscienza. La consapevolezza è se stessa, e non cambia con l'evento; che questo sia piacevole o no, minimo o rilevante, la consapevolezza è identica. Osserva la natura inconfondibile della pura consapevolezza, il perfetto aderire a se stessa senza la minima traccia di autocoscienza, vanne alla radice, e presto t'accorgerai che la consapevolezza è la tua vera natura, e che nulla di cui tu sia consapevole, puoi chiamarlo tuo.
I.: La coscienza e il suo contenuto sono la stessa cosa?
M.: La coscienza è come una nuvola, e le gocce d'acqua, il contenuto. La nuvola ha bisogno del sole per diventare visibile, quanto la coscienza, di essere messa a fuoco nella consapevolezza.
I.: La consapevolezza non è una forma di coscienza?
M.: Quando il contenuto è osservato in modo impassibile, la coscienza di esso è consapevolezza. Ma c'è ancora una differenza tra la consapevolezza che si riflette nella coscienza, e la consapevolezza pura, al di là della coscienza. La prima, che corrisponde all'"io sono consapevole", è il testimone, mentre la consapevolezza pura è l'essenza della realtà. Il riflesso del sole in una goccia d'acqua è indubbiamente un riflesso solare, ma non è certo il sole stesso. Tra la consapevolezza riflessa nella coscienza come testimone, e la consapevolezza pura, c'è una distanza che la mente non può colmare.
I.: Non dipende da come si guarda? Per la mente, c'è una differenza. Per il cuore, nessuna.
M.: È naturale che sia così. È il reale che vede il reale nell'irreale. La mente crea l'irreale, ma sa anche vedere il falso come falso.
I.: Dunque l'esperienza del reale subentra al riconoscimento del falso come falso.
M.: Non c'è un'esperienza siffatta. Il reale è di là dall'esperienza. Ogni esperienza è nella mente. Conosci il reale in quanto sei reale.
I.: Se il reale è oltre le parole e al di là della mente, perché ne parliamo?
M.: Per la gioia di farlo, naturalmente. Il reale è tutto beatitudine. Anche il nominarlo rende felici.
I.: Parlate di ciò che è incrollabile e beato. Che cosa c'è nella vostra mente quando pronunciate tali parole?
M.: Nella mente, niente. Come tu ascolti le parole, così le ascolto io. Il potere che fa avvenire tutto, fa avvenire anche loro.
I.: Ma siete voi a parlare, non io.
M.: È quello che appare a te. Per me, due menti-corpi si scambiano suoni simbolici. In realtà non accade nulla.
I.: Ascoltatemi. Sono una povera anima sperduta in un mondo che non comprende. Ho paura di Madre Natura, che m'impone di crescere, procreare e morire. Quando gliene chiedo il significato e lo scopo, non risponde. Sono venuto qui perché mi è stato detto che siete gentile e saggio. Dite che il mutevole è falso ed effimero, e posso capirlo. Ma quando parlate dell'immutabile, mi sento perduto: "né questo, né quello, oltre-la-conoscenza, non serve a niente": allora, perché parlarne? C'è nella realtà, o è solo un concetto, l'opposto verbale del mutevole?
M.: Non solo c'è, ma è l'unica realtà. Benché nel tuo stato attuale, non ti giovi affatto, così come non ti serve il bicchiere d'acqua sul comodino mentre sogni che stai morendo di sete nel deserto. Io cerco di svegliarti da tutti i sogni; anzi, dal sognare in sé.
I.: Per favore non ditemi che sto sognando, e che presto sarò sveglio. Vorrei che fosse così. Invece sono ben desto e soffro. Parlate di uno stato senza dolore, che però ora non posso raggiungere. Mi sento perduto.
M.: Non è il caso. Dico solo che per trovare l'immutabile e la beatitudine devi abbandonare la presa su ciò che è mutevole e infelice. Tieni molto alla tua felicità, e io ti dico che non c'è. La felicità non è mai tua, è dove non c'è l'"io". Non dico che sia al di là della tua portata; devi solo raggiungere ciò che è al di là di te, e la troverai.
I.: Se devo comunque trascendermi, perché volete che mi fissi anzitutto sull'"io sono"?
M.: Alla mente occorre un centro per tracciare una circonferenza. Questa si amplierà, e via via ci sarà un cambiamento nell'"io sono". Un uomo che si è preso in mano, uno yoghi, traccerà piuttosto una spirale, e, per ampia che sia, il centro rimarrà. E viene un giorno in cui si vede che tutta l'impresa è falsa, e si abbandona. Il punto centrale non è più, e l'universo diventa il centro.
I.: Può darsi. Ma ora che devo fare?
M.: Osserva attentamente la tua vita che cambia, esplora in profondità i motivi dietro le azioni, e presto forerai la bolla in cui sei chiuso. Un pulcino per crescere ha bisogno del guscio, ma viene il giorno in cui deve romperlo. Se no, soffrirà e morirà.
I.: Significa che se non mi dedico allo yoga, sono condannato all'estinzione?
M.: Il maestro verrà in tuo soccorso. Nel frattempo accontèntati di osservare il flusso della vita; se la tua osservazione è salda e profonda, sempre volta all'origine, gradualmente si muoverà controcorrente, finché all'improvviso diverrà l'origine. Metti all'opera la tua consapevolezza, non la mente, che non è lo strumento adatto per questo lavoro. Il senza-tempo può raggiungerlo solo ciò che è al di fuori del tempo. Il corpo e la mente sono ambedue soggetti al tempo; solo la consapevolezza è fuori del tempo, persino adesso. Nella consapevolezza sei davanti ai fatti, e la realtà li ama.
I.: Puntate interamente sulla mia consapevolezza per trarmi fuori, non su un maestro o su Dio.
M.: Dio dona il corpo e la mente, e il maestro mostra il modo di usarli. Ma il ritorno alla fonte è opera tua.
I.: Dio mi ha creato, e provvederà a me.
M.: Ci sono innumerevoli dei, ciascuno nel proprio universo, intenti a creare e a ricreare in eterno. Aspetterai che siano loro a salvarti? Ciò che serve alla tua salvezza è già a portata di mano. Usalo. Indaga fino in fondo su ciò che sei(7) e raggiungerai gli strati ignoti dell'essere. Oltre ancora, è il regno dell'inatteso, che ti investirà travolgendoti.
I.: Significa morire?
M.: Significa vivere - finalmente -.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Margherita:
(MP, cap. 11) Il mio Dio è soltanto colui di cui nulla si può dire.
Vedi Eckhart:
(V1 a pag. 168) C'è nell'anima qualcosa in cui Dio vive; c'è un qualcosa nell'anima in cui l'anima vive in Dio. Ma quando l'anima si volge verso le cose esteriori, essa muore, e anche Dio muore per l'anima.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 225) Fine ultima dell'essere è la tenebra, o non-conoscenza della Divinità nascosta, che spande la luce, ma le tenebre non l'hanno compresa.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 148) Quando, invece, l'uomo conosce la ragione della cosa, subito se ne stanca, e cerca qualcos'altro da provare, e vive perciò sempre in tormentato desiderio di conoscere.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 196) Sant'Agostino dice (Conf. X 41 e 66): è la avidità dell'anima che fa sì che essa voglia prendere e possedere molte cose; in tal modo essa cerca di impadronirsi della temporalità, della corporeità e della molteplicità; con ciò, essa perde proprio quello che possiede. Infatti, finché v'è in te più e più ancora, Dio non può né abitare né operare in te.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 128) Quando lo spirito riceve questa potenza nel Figlio e grazie al Figlio, progredisce potentemente, in guisa tale da divenire simile e potente in ogni virtù, ed in ogni perfetta purezza, così che né amore né dolore, né tutto ciò che Dio ha creato nel tempo, è capace di turbare l'uomo, ed egli vi dimora potentemente come una forza divina, nei confronti della quale tutte le cose sono piccole e impotenti.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 218) Tu devi essere interiorizzato da te stesso, in te stesso, per essere in te. Non è che dobbiamo prendere qualcosa da ciò che è al di sopra di noi; dobbiamo piuttosto prenderla in noi, da noi stessi in noi stessi.