Nisargadatta Maharaj
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50. 8 Aprile 1971




I.: Avete detto che mi posso considerare sotto tre aspetti: personale, sovrapersonale e impersonale (vyakti, vyakta e avyakta). L'avyakta è l'"io" universale e reale, il vyakta è il suo riflesso nella coscienza come "io sono", e il vyakti è l'insieme dei processi psicofisici. Entro i confini del momento presente, il sovrapersonale è consapevole della persona nello spazio e nel tempo; e non solo di essa, ma di una lunga serie di persone collegate dal filo del karma. Ma il vero filo che unisce (sutratma) è piuttosto il testimone, ciò che sopravanza alle esperienze accumulate e ne è il residuo, il luogo del ricordo.
È il carattere dell'uomo, che costruisce la vita e la modella, da una nascita all'altra. L'universale è oltre il nome e la forma, la coscienza e il carattere, è puro essere senza coscienza di sé. Ho espresso bene la vostra posizione?
M.: Al livello mentale sì. Al di là di esso, non c'è una sola parola che corrisponda.
I.: Posso capire che la persona è un costrutto mentale, un nome collettivo per designare un insieme di ricordi e abitudini. Ma colui al quale la persona accade, il centro testimoniante, non è anch'esso mentale?
M.: Ciò che è personale ha bisogno di un supporto, un corpo con cui identificarsi, così come un colore deve avere una superficie su cui apparire. La vista non dipende dal colore - che è visto comunque, quale che sia -. Ma dipende dall'occhio. Per vedere i colori ci vuole un occhio. I colori sono tanti, l'occhio è uno. Il personale è come la luce presente nei colori e nella pupilla, semplice, unica, indivisibile e percepibile solo attraverso le sue espressioni. Non è inconoscibile, ma non-percepibile, non-oggettivabile, non-separabile. Né materiale, né mentale, né oggettiva, né soggettiva, è la radice della materia e la fonte della coscienza. Al di là del mero vivere e morire, è la onni-includente-ed-escludente Vita, in cui la nascita è morte, e la morte, nascita.
I.: Questo assoluto o Vita di cui parlate, esiste realmente o è una teoria per coprire l'ignoranza?
M.: L'uno e l'altro. Per la mente, è una teoria; in sé: è la realtà. Ed è altresì realtà nel suo spontaneo e totale rifiuto del falso. Come la luce, con la sua sola presenza, distrugge l'oscurità, così l'assoluto mette in fuga l'immaginazione. Vedere che il conoscere, in blocco, è una forma d'ignoranza, è già di per sé un movimento verso la realtà. Il testimone non è una persona. La persona s'installa su una base, un corpo, un organismo. L'assoluto vi è riflesso come consapevolezza. Dove c'è un sé, la consapevolezza pura diventa autoconsapevolezza. L'autoconsapevolezza è il testimone. Senza un sé che testimoni, non c'è testimonianza. È tutto così semplice; è la presenza della persona, che complica. Se ti convinci dell'inesistenza della persona come fatto autonomo e permanente, tutto diventa chiaro. Consapevolezza-mente-materia sono un'unica realtà nei due aspetti: mobile e immobile, e nei tre attributi: inerzia, energia, armonia.
I.: Viene prima la coscienza o la consapevolezza?
M.: La consapevolezza diventa coscienza quando ha un oggetto. L'oggetto cambia continuamente. Nella coscienza c'è movimento; la consapevolezza è di per sé senza moto e senza tempo, qui-ora.
I.: In questo momento, nel Pakistan orientale, c'è gente che soffre e muore. Qual è la vostra posizione in merito? Come reagite al fatto che c'è la guerra?
M.: Nella pura coscienza non accade mai nulla.
I.: Scendete, per favore, da queste altezze metafisiche! A che serve, a un uomo che soffre, sentirsi dire che nessuno tranne lui è consapevole della sua sofferenza? Relegare tutto nell'illusione è aggiungere alla ferita l'insulto. Il Bengalese è un fatto, e il suo dolore un altro fatto. Non esaminateli fuori dell'esistenza. Leggete i giornali, sentite i commenti della gente. Non potete invocare l'ignoranza. Ebbene, qual è il vostro atteggiamento verso ciò che accade?
M.: Non ho atteggiamenti. Niente accade.
I.: Ogni giorno può scoppiare un tumulto davanti a voi, della gente può uccidersi. Non potete dire: "Non succede niente. Sono estraneo".
M.: Non ho mai detto di essere estraneo. Potrei saltar sù da un momento all'altro e salvare qualcuno che sta per essere ucciso. Tuttavia, rispetto a me, niente accade.
Immagina che crolli un grande edificio. Alcune stanze sono distrutte, altre intatte. E lo spazio? È stato distrutto o è rimasto intatto? È solo la struttura che ha sofferto, e la gente che è stata colta lì dentro. Ma niente è accaduto allo spazio in sé. Analogamente, nulla accade alla vita quando le forme crollano e i nomi si disperdono. L'orafo rifonde i gioielli per farne di nuovi. A volte un buon pezzo va a finire con uno cattivo. Ma non se ne preoccupa, perché non c'è parte di oro che venga perduta.
I.: Non è alla morte che mi ribello. Ma al modo in cui si muore.
M.: La morte è naturale, il modo in cui si muore è fatto dall'uomo. Il senso della separazione produce la paura e l'aggressività che a sua volta provoca la violenza. Elimina queste separazioni fatte dall'uomo, e tutto questo orrore dell'uccidersi l'un l'altro sparirà. In realtà non c'è un uccidere e non c'è un morire. Il reale non muore, l'irreale non è mai vissuto. Rettifica la tua mente, e tutto andrà a posto. Una volta che sai che il mondo è uno, e una l'umanità, agirai in conseguenza. Ma prima di tutto devi esaminare il modo in cui senti, pensi e vivi. Finché non c'è ordine dentro di te, non può esserci ordine nel mondo.
In realtà, niente accade. Sullo schermo della mente il destino proietta in eterno le sue immagini, che sono i ricordi di proiezioni anteriori, sicché l'illusione si rinnova costantemente. Le immagini vanno e vengono: sono luce intercettata dall'ignoranza. Scorgi la luce e dimentica l'immagine(1).
I.: Quale insensibilità è la vostra! Gli uomini uccidono e sono uccisi, e voi conversate di immagini.
M.: Va' dunque, corri a farti uccidere - se pensi di doverlo fare -. O corri a uccidere perfino, se lo ritieni tuo dovere. Ma non è questo il modo di metter fine al male. Il male è il cattivo odore di una mente malata. Guarisci la mente, e cesserà di proiettare immagini distorte e brutte.
I.: Comprendo ciò che dite, ma emotivamente dissento. Questa concezione puramente idealistica della vita mi ripugna nel profondo. Mi rifiuto di pensarmi immerso in permanenza in uno stato di sogno.
M.: Come puoi pensare a qualcosa di permanente in un corpo che non lo è? L'equivoco sta nell'idea di essere il corpo. Esaminala. Osserva le sue interne contraddizioni, vedi la tua vita come una doccia di scintille, ognuna dura un secondo, e la doccia un minuto. Una cosa il cui inizio sia la fine non può avere durata intermedia. Rispetta i tuoi termini. La realtà non può essere momentanea. È senza tempo, e ciò che è senza tempo non ha durata.
I.: Ammetto che il mondo in cui vivo non sia quello reale: che ci sia un mondo reale di cui vedo un'immagine distorta, e che la distorsione dipenda da qualcosa in me, come una macchia nel corpo o nella mente. Ma quando dite che non c'è un mondo reale, ma solo un mondo di sogno nella mia mente, non posso accettarlo. Vorrei credere che tutti gli orrori dell'esistenza dipendono dal mio avere un corpo. Il suicidio sarebbe la soluzione.
M.: Finché sarai interessato alle idee, tue o d'altri, resterai impelagato. Ma se trascuri tutti gli insegnamenti, tutti i libri, qualsiasi contenuto verbale, e ti immergi in te e trovi te stesso, questo basterà a risolvere tutti i problemi, e ti procurerà il pieno dominio di ogni situazione, perché non sarai più dominato dalle tue idee sulle situazioni. Supponi di essere in compagnia di una bella donna. Ci fai sù un pensiero, e questo già basta a creare un'atmosfera di desiderio. Te ne fai un problema, e cominci a compulsare libri sul godimento erotico e la continenza. Se tu e la donna foste stati due bambini, potevate stare nudi l'uno accanto all'altra come se nulla fosse. Smetti di pensare che siete i vostri corpi, e tutti i problemi di amore e di sesso perderanno significato. Cadute quelle barriere, anche la paura, il dolore e la brama di piacere spariranno. Solo la consapevolezza resta.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 142 segg.) Quando le potenze dell'anima entrano in contatto con la creatura, ne attingono e ne creano una immagine e la attirano in sé. In questo modo esse conoscono la creatura [...] Tu devi sapere però che l'anima al suo interno è libera da ogni immagine, e questo è il motivo per cui Dio può unirsi con essa liberamente, senza immagini o somiglianze [...] Dio opera nell'anima senza immagine; opera nel fondo dell'anima, dove mai è giunta un'immagine, ma soltanto Dio col suo proprio essere [...] e quanto più tu sei senza immagine, tanto più sei aperto al suo operare, e quanto più sei rivolto all'interno e dimentico di te stesso, tanto più sei vicino a lui.