Nisargadatta Maharaj
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33. 19 Dicembre 1970




I.: Il sapiente muore?
M.: È al di là della vita e della morte. Ciò che riteniamo inevitabile - nascere e morire - per il sapiente è l'espressione del movimento nell'immobilità, del cambiamento nell'immutevolezza, della fine nel senza-fine. È ovvio per lui che nulla nasca e muoia, duri e muti; tutto è com'è: sempre.
I.: Dite che il sapiente è "oltre". Ma oltre che cosa? Forse la conoscenza?
M.: La conoscenza sorge e tramonta. La coscienza entra ed esce dall'essere. Accade, e lo si osserva ogni giorno. Tutti sappiamo che talvolta siamo coscienti, talvolta no. L'assenza di coscienza ci appare come un'oscurità o un vuoto. Il sapiente non è consapevole di essere cosciente o no, la sua consapevolezza è pura; dei tre stati della mente e dei loro contenuti egli è semplicemente il testimone.
I.: C'è un momento in cui s'instaura questo suo testimoniare?
M.: Per il sapiente, niente incomincia e niente termina. Come il sale si scioglie nell'acqua, così tutto si dissolve in puro essere. La sapienza nega perennemente l'irreale. Vedere l'irreale com'è, è sapienza. Al di là, si stende l'inesprimibile.
I.: C'è in me la convinzione: "io sono il corpo". Ammettiamo che mi venga dal non-sapere. Ma la sensazione che corrisponde a quella convinzione e la produce - la sensazione di essere il corpo, il corpo-mente, la mente-corpo, o anche la pura mente -, quando è incominciata?
M.: Non puoi ragionare di un inizio della coscienza. Le idee stesse di inizio e di tempo appartengono alla coscienza. Per parlare sensatamente dell'inizio di qualcosa, devi portene fuori. Ma non appena ne sei fuori, ti accorgi che quella cosa non c'è e non c'è mai stata. C'è solo la realtà, in cui nessuna "cosa" ha essere in sé. Come le onde sono inconcepibili senza l'oceano, così tutta l'esistenza è radicata nell'essere.
I.: Io però sto ancora attendendo la risposta alla domanda: quando è sorta la coscienza in me di essere il corpo? Alla nascita, o stamattina?
M.: Ora.
I.: Ma l'avevo anche ieri. Lo ricordo benissimo!
M.: La memoria di ieri è solo ora.
I.: Io però esisto nel tempo. Ho un passato e un avvenire.
M.: Così immagini: ora(1).
I.: Un inizio deve esserci stato.
M.: È ora.
I.: E, quanto alla fine?
M.: Ciò che non ha inizio non può finire.
I.: Ma io sono cosciente della mia domanda.
M.: Non si risponde a una falsa domanda. Si può solo prendere atto che è falsa.
I.: Per me è vera.
M.: Quando ti è apparsa tale? Ora.
I.: Sì, per me è una domanda abbastanza vera: ora.
M.: Che c'è di vero nella tua domanda? È uno stato della mente. Nessuno stato della mente può essere reale più della mente stessa. È forse reale la mente? Non è una sequenza di stati, ognuno dei quali passa e va? Come può una successione di stati transitori essere considerata reale?
I.: Gli eventi si susseguono come le perline sul filo: senza fine.
M.: Sono tutti legati all'idea "io sono il corpo", che però e anch'essa uno stato mentale, e non dura. Va e viene come tutti gli altri. L'illusione di essere il corpo-mente è lì, solo perché non è indagata. La non-indagine è il filo su cui tutti gli stati della mente sono infilati. È come il buio in una stanza chiusa. Apparentemente, c'è. Ma quando la stanza viene aperta, dove va? Non va in nessun posto perché non c'era. Tutti gli stati della mente, tutti i nomi e le forme dell'esistenza sono radicati nella non-indagine, nell'immaginazione e nella credulità. È giusto dire "Io sono", ma dire "Io sono questo" o "quello" è un segno di non-indagine, di debolezza o letargia mentale.
I.: Se tutto è luce, com'è sorta la tenebra? Come può esserci il buio nella luce?
M.: Non c'è buio in mezzo alla luce. L'oblio di sé è la tenebra. Quando siamo assorti in altro, nel non-sé, dimentichiamo il sé. In ciò non c'è niente d'innaturale. Ma perché dimenticare il sé attraverso un eccesso di attaccamento? La saggezza sta nel non dimenticare mai il sé come la fonte onnipresente dello sperimentatore e della sua esperienza.
I.: Nel mio stato attuale l'idea "io sono il corpo" subentra spontaneamente, mentre quella "io sono puro essere" si deve imporre alla mente come qualcosa di vero ma non di vissuto.
M.: Sì, la disciplina consiste nel ricordarsi in modo accentuato della propria "esseità", ossia di non essere niente in particolare, né un insieme di particolari, e nemmeno la somma complessiva di tutti i particolari che compongono l'universo. Tutto esiste nella mente, anche il corpo è un'integrazione nella mente di un vasto numero di percezioni sensibili, ognuna delle quali è a sua volta uno stato mentale. Se dici "io sono il corpo", mostralo.
I.: Eccolo.
M.: Solo quando ci pensi. La mente e il corpo sono degli stati intermittenti. La somma complessiva di questi sprazzi crea l'illusione dell'esistenza. Indaga su ciò che è permanente nel transitorio, reale nell'irreale. Questa è la disciplina (sadhana).
I.: Il fatto è che mi penso come un corpo.
M.: Pensa a te stesso in qualsiasi modo. Ma non inserire l'idea del corpo nel quadro. C'è solo un fascio di sensazioni, percezioni, ricordi e idee. Il corpo è un'astrazione creata dalla nostra tendenza a cercare l'unità nella diversità: il che è ancora un errore.
I.: Il pensiero: "io sono il corpo", mi si dice che è come una macchia della mente.
M.: Perché esprimersi così? Sono queste formulazioni che creano il problema. Il sé è la fonte di tutto e di tutti, la meta finale. Niente è fuori di esso.
I.: Quando l'idea del corpo diventa ossessiva, non è comunque sbagliato?
M.: Non c'è niente di sbagliato nell'idea del corpo né in quella di essere il corpo. Ma confinarsi in un corpo solo è un errore. In realtà, tutto ciò che esiste è mio, ogni forma che s'insedi nella coscienza mi appartiene(2). Non posso dire che cosa io sia, perché le parole possono descrivere solo ciò che non sono. "Io sono", e poiché sono, tutto è. Ma il mio essere è oltre la coscienza, perciò non posso dire che cosa io sia nella coscienza. Tuttavia sono. La domanda "chi sono?" non ha risposta. Nessuna esperienza può risponderle, perché il sé è di là dall'esperienza.
I.: Ma la domanda, "chi sono?", dovrà pur servire a qualcosa.
M.: Nella coscienza non ha risposta, perché serve ad andare al di là.
I.: In questo momento, sono qui. Che cosa c'è di reale in questo, e che cosa non lo è? Ma non ditemi che è una domanda mal posta. Discutere la domanda è futile.
M.: La domanda non è sbagliata, è superflua. Hai detto: "qui-ora". Fermati lì, il reale è quello. Non trasformare il fatto in una domanda. Lì sta il tuo errore. Non sei né conoscente, né non-conoscente, né mente né materia; non cercare di descriverti nel termini di mente e materia.
I.: Proprio adesso è venuto un ragazzo da voi con un problema. Gli avete detto poche parole ed è andato via. Lo avete aiutato?
M.: Certo.
I.: Come lo sapete?
M.: Aiutare è la mia natura.
I.: Come lo sapete?
M.: Non c'è bisogno di saperlo. Opera da sé.
I.: Tuttavia l'avete affermato. Su che cosa vi fondavate?
M.: Su quello che la gente mi dice. Ma sei tu che chiedi prove. Io non ne ho bisogno. Raddrizzare le cose è nella mia natura, che è satyam, shivam, sundaram (verità, bene, e bellezza).
I.: Quando un uomo vi chiede un consiglio e voi glielo date, da dove proviene e per quale potere aiuta?
M.: Il suo stesso essere influenza la sua mente e induce la risposta.
I.: Qual è il vostro ruolo?
M.: In me l'uomo e il suo sé vanno insieme.
I.: Perché il sé non aiuta l'uomo senza di voi?
M.: Ma io sono il sé! Mi immagini separato, di qui la tua domanda. Non c'è un me e un lui. C'è il sé, unico per tutti. Fuorviato dalla diversità dei nomi e delle forme, delle menti e dei corpi, immagini molti sé. Tu e io, siamo entrambi il sé, ma sembra che tu lo tema. Questa storia del sé personale e universale e lo stadio dell'apprendista. Va' oltre, non fissarti nella dualità.
I.: Torniamo all'uomo che ha bisogno di aiuto. Viene da voi.
M.: Se viene, è sicuro di ricevere aiuto. È venuto, perché era destinato a ottenerlo. Non c'è niente di finto in proposito. Non posso aiutare alcuni e respingere altri. Tutti quelli che vengono sono aiutati, questa è la legge. Solo la forma dell'aiuto varia a seconda del bisogno reale.
I.: Perché viene a prendere consiglio qui? Non può attingerlo dentro di sé?
M.: Non saprebbe ascoltare. La sua mente è volta all'esterno. In realtà, tutta l'esperienza è nella mente, e anche il suo venire e ricevere aiuto da me, e dentro di lui. Invece di trovare una risposta dentro, immagina che venga da fuori. Per me, non c'è me, e non c'è l'uomo, né il dare. Tutto questo è solo un lampeggiamento nella mente. Io sono la pace e il silenzio infiniti(3), in cui nulla appare, perché tutto appare-scompare. Nessuno viene per ricevere aiuto, nessuno lo offre, e nessuno l'ottiene. Non è che uno spettacolo nella coscienza.
I.: Tuttavia il potere di aiutare c'è, e c'è qualcuno o qualcosa che lo manifesta, si chiami Dio, sé, o mente universale. Il nome non conta ma il fatto sì.
M.: Questo è l'atteggiamento che assume il corpo-mente. La pura mente vede le cose come sono: bolle nella coscienza. Queste bolle appaiono, scompaiono, e riappaiono, senza avere un vero essere. Nessuna causa particolare si può ascrivere a esse, perché ognuna è causata, e tutti questi corpi sono miei.
I.: Intendete che avete il potere di fare tutto in modo perfetto?
M.: Il potere non è qualcosa di separato da me. È inerente alla mia natura. Chiamalo creatività. Da un mucchietto d'oro si possono trarre molti gioielli: ognuno resterà oro. Così, in qualsiasi ruolo io possa apparire e qualsiasi funzione svolga, resto ciò che sono: l'"io sono" immobile, che non è scosso, non dipende. Il cosiddetto universo, la natura, sono la mia spontanea creatività. Qualunque cosa accada: accade. La mia natura è tale che tutto si risolve in gioia.
I.: So di un ragazzo divenuto cieco perché la madre stupidamente gli ha fatto ingerire dell'alcool metilico. Vorrei che lo aiutaste. Siete compassionevole e felice di porgere aiuto. Con quale potere salverete il ragazzo?
M.: il suo caso è registrato nella coscienza. È lì, indelebilmente. La coscienza opererà.
I.: Che io vi chieda di aiutare il ragazzo o no, cambia qualcosa?
M.: Il tuo domandare è parte della cecità del ragazzo. Tutto vi è incluso, la madre, il ragazzo, te, me, e tutto il resto. È un unico evento.
I.: Volete dire che anche il nostro occuparci del caso del ragazzo era predestinato?
M.: E che altro? Tutte le cose contengono il loro futuro. Il ragazzo appare nella coscienza. Io sono al di là. Non impartisco ordini alla coscienza. So che è nella natura della consapevolezza di raddrizzare le cose. Lascia che la coscienza badi alle sue creazioni! Il dolore del ragazzo, la tua compassione, il mio ascolto e l'agire della coscienza: tutto questo è un solo blocco, un fatto unico: non frammentarlo in parti, e poi domande.
I.: Che strano modo di lavorare ha la vostra mente!
M.: Lo strano sei tu. Io sono normale, sano. Vedo le cose come sono, e perciò non le temo. Tu invece hai paura della realtà.
I.: Perché dovrei?
M.: L'ignoranza di te stesso ti rende pauroso, e anche ignaro di avere paura. Non cercare di non averla. Abbatti anzitutto il muro dell'ignoranza. La gente teme di morire perché non sa che cos'è la morte. Il sapiente è già morto, e ha visto che non c'era da aver paura. Non appena conosci il tuo essere, non temi più. La morte dà libertà e potere. Per essere nel mondo, devi morire al mondo. Allora l'universo è tuo, diventa il tuo corpo, un'espressione e uno strumento. La felicità di essere assolutamente libero è indescrivibile. D'altra parte, chi teme la libertà non può morire.
I.: Volete dire che chi non muore non può vivere?
M.: Mettila come preferisci. L'attaccamento è un legame, e il distacco è libertà. Desiderare è essere schiavi.
I.: Ne segue che se sei salvato, anche il mondo è salvo?
M.: Il mondo, nel suo complesso, non ha bisogno di essere salvato. L'uomo commette errori e crea il dolore; quando la coscienza di un sapiente entra nel campo della consapevolezza, trova il suo equilibrio, perché tale è la sua natura.
I.: Lo si potrebbe definire il progresso spirituale. Un uomo egoista diventa religioso, acquista il controllo di sé, raffina i suoi pensieri e sentimenti, intraprende pratiche spirituali e realizza se stesso. È un progresso accidentale o regolato dalla causalità?
M.: Dal mio punto di vista, tutto accade da sé, spontaneamente. Ma l'uomo immagina di agire per un incentivo verso uno scopo. Ha sempre in mente un premio, e si batte per ottenerlo.
I.: Un uomo rozzo e poco evoluto non si muove senza ricompensa. Non è giusto offrirgli degli incentivi?
M.: Se li creerà comunque da sé. Non sa che il crescere è intrinseco alla coscienza. Saltabeccherà da una motivazione all'altra, rincorrerà molti maestri per appagare i suoi desideri. Ma quando, per la legge del suo essere, imbocca la via di ritorno (nivritti), abbandona tutti i motivi perché il suo interesse al mondo è ora estinto. Né dagli altri né da sé vuole più nulla(4). Muore a tutto e diventa il Tutto(5). Non volere, non fare: ecco la vera creatività! Osservare il mondo nel suo sorgere e tramontare, è una meraviglia!
I.: Il grande ostacolo allo sforzo interiore è la noia. Il discepolo si annoia.
M.: Ottusità e inquietudine (tamas e rajas) operano di concerto, e ostacolano la chiarezza e l'armonia (sattva). Perciò, perché il sattva predomini, il tamas e il rajas devono essere sottomessi.
I.: Non bisogna sforzarsi?
M.: Quando occorre, lo sforzo è sùbito lì. Quando l'assenza di sforzo e l'agio diventano essenziali, s'impongono da sé. Non hai bisogno di dare scossoni alla vita. Fluisci con essa e dèdicati totalmente al compito del momento: che è morire adesso a ciò che è adesso(6). Infatti, vivere è morire. Senza la morte, non c'è vita(7).
Convinciti della cosa essenziale, che il mondo e il sé sono tutt'uno. Questa è la disciplina (sadhana), un ininterrotto emendamento. Lo attui, sopprimendo la pigrizia, e usando tutte le tue energie per aprire la strada alla chiarezza e alla carità. Ma, di fatto, questi sono tutti segni di una crescita inevitabile. Non temere, non resistere, non ritardare. Sii ciò che sei. Abbi fiducia e tenta. Sperimenta onestamente. Datti un'occasione di modellare la tua vita. Non lo rimpiangerai.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E3 a pag. 9) L'avvenire e il passato sono là in un unico ora.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 79) Tutte le creature si portano nel mio intelletto, per essere in me spiritualmente. Io soltanto procuro di nuovo tutte le creature a Dio! Guardate cosa voi tutti fate!
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 145) Devono là dominare il silenzio e la pace.
Vedi Margherita:
(MP, cap. 51) Io non voglio niente da nessuno.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 132) Se l'uomo deve avere vera povertà, deve essere così vuoto della propria volontà creata come lo era quando non esisteva.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 99) Perché Dio è diventato uomo? Perché io venga generato come lo stesso Dio. Dio è morto, perché io muoia al mondo intero e a tutte le cose create.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 98) Ci rimane un'opera propria: l'annientamento di noi stessi.
Vedi Margherita:
(MP, cap. 53) Nessuno arriva a questa vita, se non è morto di tutte le morti.





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