Nisargadatta Maharaj
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28. 19 Settembre 1970




I.: Vengo da lontano. Ho avuto delle esperienze interiori, e vorrei confrontarle.
M.: Benissimo. Conosci te stesso?
I.: So che non sono il corpo, né la mente.
M.: Che cosa te lo fa dire?
I.: Non sento di essere nel corpo. Ho l'impressione di trovarmi dappertutto. Quanto alla mente, posso accenderla e spegnerla a volontà. Questo mi fa pensare che non sono la mente.
M.: La sensazione di essere ovunque nello spazio, ti fa sentire separato o coincidente coi mondo?
I.: L'uno e l'altro. Talvolta sento che non sono la mente né il corpo, ma un unico occhio spalancato. E se scendo in profondità, questa sensazione si espande a tutto ciò che vedo, e il mondo e io diventiamo tutt'uno.
M.: Bene. Hai desideri?
I.: Sì, qualcuno viene, rapido, a fior di pelle.
M.: E come ti atteggi?
I.: Che posso fare? Vanno e vengono, e io li osservo. Talvolta vedo che il corpo e la mente si impegnano a soddisfarli.
M.: Per conto di chi?
I.: I desideri sono una parte del mondo in cui vivo, come gli alberi e le nuvole.
M.: Non sono un segno di qualche imperfezione?
I.: Perché mai? Sono come sono, come io sono come sono. La loro comparsa e scomparsa non mi tocca. Però influenzano la forma e il contenuto della mente.
M.: Ottimo. Di che ti occupi?
I.: Sono un agente di polizia, e sorveglio i vigilati speciali.
M.: Sarebbe a dire?
I.: Sorveglio la condotta di giovani colpevoli di reati, e li aiuto a reinserirsi nella società.
M.: Sei costretto a lavorare?
I.: Chi lavora? Capita che il lavoro accada.
M.: Ma hai bisogno di farlo?
I.: Sì. E poi, mi piace, perché mi mette in contatto con degli esseri umani.
M.: Che bisogno hai di loro?
I.: Loro possono avere bisogno di me, e sono stati i loro destini a procurarmi questo lavoro. La vita è unica, in fin dei conti.
M.: Come sei arrivato al tuo stato presente?
I.: Mi hanno messo sulla via gli insegnamenti di Ramana Maharshi. Successivamente ho incontrato Douglas Harding, che mi ha mostrato come operare sull'"io chi sono?".
M.: È stato improvviso o graduale?
I.: Quasi improvviso. Come qualcosa di dimenticato che riaffiora. O come un lampo subitaneo di comprensione. "Com'è semplice! - mi sono detto. - Non sono come pensavo! Non sono né il percettore né il percepito, solo il percepire".
M.: E nemmeno quello, ma ciò che rende possibile il percepire.
I.: Che cos'è l'amore?
M.: Quando la distinzione e la separazione svaniscono, puoi chiamarlo amore.
I.: Perché si dà tanto risalto all'amore fra uomo e donna?
M.: Perché il fattore felicità in esso è particolarmente spiccato.
I.: Non è così in ogni tipo di amore?
M.: Non necessariamente. L'amore può dare dolore. In quel caso lo chiami compassione.
I.: Che cos'è la felicità?
M.: L'armonia tra interiore ed esteriore. L'auto-identificazione con cause esterne è dolore.
I.: Come accade?
M.: Il sé per natura conosce solo se stesso. Ma, privo com'è di esperienza, tutto ciò che percepisce, lo scambia per sé. Sconfitto, impara a discriminare (viveka), e a restare solo (vairagya). Quando si ripristina la retta condotta (uparathi), un potente richiamo interiore (mukmukshutva) lo spinge a cercare la propria fonte. S'accende la candela del corpo, e tutto diventa luminoso e abbagliante (atmaprakash).
I.: Qual è la vera causa del dolore?
M.: L'auto-identificazione con il limitato (vyaktitva). Le sensazioni di per sé, anche quando sono forti, non causano il dolore. La mente, sconcertata da idee sbagliate, avvezza a pensare "sono questo", "sono quello", teme la perdita e brama l'acquisto, e soffre quando è frustrata.
I.: Un mio amico faceva sogni terribili. Andare a dormire lo metteva in panico. Non c'era un rimedio.
M.: Una compagnia buona e santa (satsangh) gli avrebbe giovato.
I.: La vita stessa è un incubo.
M.: Una nobile amicizia è il sommo rimedio per tutti i mali, del corpo e della mente.
I.: Talvolta è introvabile.
M.: Cerca dentro. L'amico migliore è te stesso.
I.: Perché la vita è così contraddittoria?
M.: Per pestare l'orgoglio. Dobbiamo scoprire di persona quanto siamo poveri e impotenti. Fin quando c'inganniamo con quello che immaginiamo di essere, conoscere, avere e fare, siamo davvero in un brutto impiccio. Solo nell'annullamento completo c'è modo di scoprire il vero essere(1).
I.: Perché si insiste tanto sulla negazione di sé?
M.: S'insiste altrettanto sull'autorealizzazione.
Il falso sé deve essere abbandonato, prima di trovare quello vero.
I.: Il sé che chiamate falso, per me è angosciosamente reale, ed è l'unico che conosca. Quello che invece definite vero, per me è solo un concetto, un modo di esprimersi, una creatura mentale, un fantasma attraente. Il me stesso quotidiano non è una bellezza, lo ammetto, ma è proprio il mio, ed è l'unico. Voi dite che ne ho un altro? Lo vedete? È davvero reale, o volete farmi credere a ciò che voi stesso non scorgete?
M.: Non correre subito alle conclusioni. Il concreto può non coincidere col reale. Il concepito può non essere falso. Le percezioni basate sui sensi e modellate dalla memoria implicano un percettore di cui non hai mai esaminato la natura. Dedicagli tutta la tua attenzione; esaminalo amorevolmente, e scoprirai nell'essere un'altezza e una profondità impensate, oppresso come sei dall'insulsa immagine di te stesso.
I.: Devo entrare nel giusto stato d'animo per esaminarmi in modo efficace?
M.: Devi essere serio, attento, veramente interessato. Pieno di buona volontà per te stesso.
I.: Sono egoista, se è per questo.
M.: Non lo sei. Continui a distruggere te e i tuoi simili, servendo strani dei, falsi e nemici. Sii egoista: al modo giusto. Desidera il tuo bene. Impégnati per ciò che è bene per te. Elimina tutto ciò che si frappone fra te e la felicità. Sii tutto, amalo. Sii felice, e rendi felice. Non c'è felicità più alta.
I.: Perché nell'amore si soffre tanto?
M.: Ogni sofferenza nasce dal desiderio. L'amore vero non è mai frustrato. Come si può frustrare il senso dell'unità? Invece, il desiderio di espressione, sì che si può frustrare. È un desiderio della mente e, come per tutto ciò che è mentale, la frustrazione è inevitabile.
I.: Qual è il ruolo del sesso nell'amore?
M.: Senza amore tutto è male. La vita stessa lo è.
I.: Che cosa può farmi innamorare?
M.: Sei l'amore, tu stesso; non quando hai paura.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 93) C'è qualcosa che sta sopra l'essere creato dell'anima [...] Se tu potessi annientarti per un solo istante, allora sarebbe tuo proprio tutto quel che esso è in sé.





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