Nisargadatta Maharaj
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21. 11 Luglio 1970




I.: L'adorazione di Dio come personificazione della realtà, o dell'Uomo Perfetto, è generalmente ammessa; mentre si diffida dall'adorare l'assoluto, perché per una coscienza egocentrica sarebbe eccessivo.
M.: La verità è semplice e aperta a tutti. Perché complichi? La verità è bella e amabile. Include, accetta, purifica tutto. Solo la falsità è ardua e problematica, esigente e avida. Poiché è falsa, è anche vuota, sempre in cerca di conferme e rassicurazioni. È pavida, e schiva l'indagine. S'identifica con ogni sostegno, ancorché fragile e momentaneo. Perde tutto ciò che ottiene e ne vuole di più. Perciò non dare fiducia al cosciente. Niente di ciò che puoi vedere, sentire o pensare, è come appare. Anche il peccato e la virtù, il merito e il demerito non sono come sembrano. Di solito, il buono e il cattivo sono questioni convenzionali, evitate o accolte a seconda dell'uso delle parole.
I.: I desideri non sono forse buoni e cattivi, nobili e spregevoli?
M.: I desideri sono tutti cattivi, ma alcuni sono peggiori degli altri. Qualunque desiderio tu insegua, ti darà sempre problemi.
I.: Anche quello di liberarmi dai desideri?
M.: Desiderare uno stato di libertà dal desiderio, non ti renderà libero. Niente lo può, perché sei già libero. Vediti con chiarezza, senza desiderio: ecco tutto.
I.: Conoscere se stessi richiede tempo.
M.: Il tempo è un seguito di momenti; ognuno viene e scompare nel nulla. Come pensi di costruire su una cosa tanto instabile?
I.: Che cosa è permanente?
M.: Cercalo in te. Scava, e troverai ciò che in te è reale.
I.: Come cercare me stesso?
M.: Tutto quello che accade, accade a te. Di ciò che fai, l'attore è in te. Trova il soggetto di tutto ciò che sei come persona.
I.: Che altro posso essere?
M.: Trova. Pure se ti dico che sei il testimone, l'osservatore silenzioso, saranno parole vane, se tu stesso non trovi la via di accesso al tuo essere.
I.: E come?
M.: Dimetti tutte le domande tranne: "Chi sono?". Dopotutto, l'unica certezza è che tu sei. L'"io sono" è indubbio, mentre l'"io sono questo" è aleatorio. Lotta per trovare chi sei davvero.
I.: Non faccio altro da sessant'anni!
M.: Che cosa non va nel lottare? Il conflitto come tale, senza attesa di risultati, è la tua vera natura.
I.: È doloroso.
M.: Lo diventa perché cerchi i risultati. Lotta senza desiderio, per lottare e basta.
I.: Perché Dio mi ha reso come sono?
M.: Di quale Dio parli? Che cosa è Dio? Non è forse la luce con cui poni la domanda? Lo stesso "Io sono", la stessa ricerca sono Dio. Nel cercare, scopri che non sei né il corpo né la mente, ma l'amore del sé in te, per il sé che è nel tutto. I due sono uno. La coscienza in te e in me, apparentemente separate, in realtà sono identiche: cercano l'unità e questo è amore(1).
I.: Come trovo un simile amore?
M.: Che cos'ami ora? L'"io sono". Datti ad esso con la mente e il cuore, non pensare a nient'altro. Quando è senza sforzo e naturale, questo è lo stato più alto. In esso l'amore stesso è l'amante e l'amato(2).
I.: Ognuno ci tiene a vivere, a esistere. Non è amore di sé?
M.: Tutti i desideri hanno la loro fonte nel sé. Basta scegliere il desiderio giusto.
I.: Il giusto e l'ingiusto variano con gli usi e i costumi. I modelli sono diversi a seconda delle società.
M.: Trascura tutte le norme convenzionali. Lasciale agli ipocriti. È bene solo ciò che ti libera dal desiderio, dalla paura e dalle idee sbagliate. Finché ti preoccupi del peccato e della virtù non avrai pace.
I.: Ammetto che il peccato e la virtù siano norme sociali. Ma possono esserci anche una virtù e dei peccati spirituali. Per spirituale intendo una cosa assoluta. Esistono un peccato o una virtù assoluti?
M.: Il peccato e la virtù riguardano la sola persona. Senza il virtuoso e il peccatore, che cosa sono il peccato e la virtù? Sul piano dell'assoluto non ci sono persone; l'oceano della pura consapevolezza non è né virtuoso né peccaminoso. Peccato e virtù sono invariabilmente negativi.
I.: C'è modo di staccarmi da queste nozioni superflue?
M.: No, finché ti pensi come una persona.
I.: Quale segno mi indicherà che sono andato oltre il peccato e la virtù?
M.: La libertà da ogni desiderio e paura, dall'idea stessa di essere una persona. Nutrire l'idea "sono", o "non sono un peccatore", è peccato(3). Identificarsi col particolare è il massimo dei peccati(4). L'impersonale è reale, il personale appare e scompare. "Io sono" è l'Essere impersonale. "Io sono questo", è la persona. La persona è relativa; il puro Essere, il fondamento.
I.: Il puro Essere è certamente provvisto di coscienza e di discriminazione. Come può essere al di là del peccato e della virtù? È o no intelligente?
M.: Queste domande sorgono dal tuo crederti una persona. Va' oltre, e vedi.
I.: Che intendete esattamente quando m'invitate a dimettere la persona?
M.: Non ti chiedo di smettere di essere: non puoi. Ma di smettere d'immaginare che sei nato, che hai dei genitori, che sei un corpo, che morirai, e via dicendo. Incomincia, limitati a cercare; non è poi così difficile.
I.: Pensarsi come persona è colpa dell'impersonale.
M.: La persona, la persona! Chi sei per contaminare l'impersonale con le tue idee di peccato e virtù? Non gli si addicono. Non puoi descrivere l'impersonale nei termini di buono e cattivo. È l'essere-saggezza-amore, assoluti. Non c'è spazio per il peccato. E nemmeno per la virtù, che è il suo contrario.
I.: Parliamo della virtù divina.
M.: La vera virtù è la natura divina (swarupa). Ciò che sei realmente, ecco la tua virtù(5). Mentre l'opposto del peccato, che chiami virtù, è solo una soggezione nata dalla paura.
I.: Allora perché sforzarsi di essere buoni?
M.: Ti tiene in movimento sulla via. Erri finché trovi Dio. Allora Dio ti prende dentro di Sé: e ti rende Lui(6).
I.: La stessa azione va bene in un caso, ed è peccaminosa in un altro. Che cosa la rende tale?
M.: Qualunque cosa tu faccia ai danni della vera conoscenza è peccato.
I.: La conoscenza dipende dalla memoria.
M.: Ricordare se stessi è virtù, dimenticarsene è peccato. Tutto si concentra nel legame mentale o psicologico tra spirito e materia. Puoi chiamarlo il legame psichico (antahkarana). Quando la psiche è rozza e acerba, è soggetta a enormi illusioni. Via via che si matura, espande e accresce la sua sensibilità, impara a collegare perfettamente la pura materia e il puro spirito, a dare all'una significato, ed espressione all'altro. C'è il mondo materiale (madhakash) e quello spirituale (paramakash). In mezzo sta la mente universale (chidakash), che è anche il cuore universale (premakash). Saggio è l'amore che li rende due-in-uno.
I.: La stupidità e l'intelligenza dipendono dalla psiche. I maturi hanno avuto maggiore esperienza alle spalle. Un bambino cresce, mangiando e bevendo, dormendo e giocando. Così la psiche è modellata da tutto ciò che l'uomo pensa, sente e fa, fin quando non è tanto perfetta da servire come ponte tra lo spirito e il corpo. Come il ponte consente il traffico tra le sponde, così la psiche collega la fonte e la sua espressione.
M.: Chiamalo amore, perché il ponte è l'amore.
I.: In ultima analisi, tutto è esperienza, qualsiasi cosa pensiamo, sentiamo, facciamo. Dietro all'esperienza c'è lo sperimentatore. Perciò tutto si riduce a due: lo sperimentatore e l'esperienza. Ma i due sono uno: lo sperimentatore è la sua esperienza, benché egli creda che l'esperienza sia fuori di lui. Analogamente, lo spirito e il corpo sembrano due ma sono uno.
M.: Lo spirito non ha un secondo.
I.: Allora a chi appare il secondo? Per me la dualità è un'illusione, indotta dall'imperfezione della psiche. Con una psiche perfetta, la dualità scompare.
M.: L'hai detto.
I.: Tuttavia sono costretto a ripetere la domanda: chi fa la distinzione tra peccato e virtù?
M.: Chi ha un corpo, pecca col corpo; chi ha una mente, pecca con la mente.
I.: Il solo possedere un corpo e una mente non comporta il peccato. Deve esserci un terzo fattore responsabile. Ci tengo che voi rispondiate, perché la tendenza generale dei giovani oggigiorno è di negare il peccato. Bisogna smetterla - dicono - con questa ossessione, e obbedire agli impulsi del momento. Badate che essi non sono disposti ad accettare né una tradizione né un'autorità, e solo un pensiero solido e onesto potrà agire su di loro. Se si astengono da certi atti, non è per convinzione ma per paura della polizia. Indubbiamente qualcosa di giusto nel loro atteggiamento dev'esserci, visto che i cosiddetti valori variano da situazione a situazione, e di momento in momento. Ad esempio, uccidere in guerra è ritenuto ancor oggi una nobile virtù, il prossimo secolo potrebbe sembrare un crimine atroce.
M.: L'uomo che sta con la terra, necessariamente sperimenterà i giorni e le notti. Chi sta col sole, non conosce tenebra. Il mio mondo non è il tuo. Per me, siete tutti attori che recitano su un palcoscenico. I vostri andirivieni non sono reali. E così i vostri problemi!
I.: E se fossimo sonnambuli, o vittime di incubi? Non c'è niente che possiate fare?
M.: Più di entrare nel tuo stato di sogno, e invitarti a smettere di danneggiare te e gli altri, e di soffrire? E poi ti dico: svégliati!
I.: E perché non ci svegliamo?
M.: Vi sveglierete, non m'inganno. Ci vorrà tempo. Ma quando comincerai a dubitare del sogno, il risveglio non sarà lontano.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 18) Sta nella natura dell'amore che esso sgorghi e fluisca da due che sono Uno. Uno in quanto Uno non può produrre amore, e neppure due in quanto due. Ma due in quanto Uno produce necessariamente l'amore impetuoso ed ardente, secondo la sua natura.
Vedi Margherita:
(MP, cap. 113) Lui è colui che è da sé: amante, amato, amore.
Vedi Eckhart:
(E5, num. 484) Si potrebbe dire che il demonio "è menzognero, e suo padre", ovvero del demonio che mente, è la volontà propria con cui pecca, l'amore di se stesso, l'amore del bene personale: questa è la radice di ogni male, "l'albero cattivo che dà frutti cattivi" (Mt 7,17).
Vedi Eckhart:
(E4, num. 264) Il questo e il quello, infatti, è la creatura, è il proprio, è la menzogna.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 62) V'è nell'anima qualcosa in cui Dio è nella sua nudità [...] Io dico che Dio, continuamente ed eternamente, è stato presente in questo qualcosa, e che in esso l'uomo è uno con Dio. Non v'è qui affatto bisogno di grazia, perché la grazia è creata, e niente di creato interviene qui.
Vedi Eckhart:
(E5, num. 117) Poco infatti sarebbe per me il "Verbo fatto carne" per l'uomo in Cristo, persona da me distinta, se non fosse fatto carne anche in me personalmente, in modo che anche io sia figlio di Dio.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 165) Il Padre genera incessantemente il Figlio, ed io dico ancora: egli mi genera come suo Figlio e lo stesso Figlio. Dico di più: mi genera non solo in quanto suo Figlio, ma in quanto lui stesso, e lui in quanto me, e me in quanto suo essere e sua natura.
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 202) Dio si affretta per essere nostro proprio bene come è suo proprio bene. In questa pienezza, Dio ha gioia e delizia. L'uomo è allora nella conoscenza di Dio e nell'amore di Dio, e non diventa altro che ciò che Dio stesso è.