Nisargadatta Maharaj
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14. 20 Giugno 1970




I.: Amate ribadire che gli eventi non hanno causa, che una cosa è com'è, senza motivo. Mentre è più che evidente che tutto ha una causa o svariate. Come accettare la vostra prospettiva?
M.: Dal punto di vista più alto, il mondo non ha causa.
I.: Ma qual è la vostra esperienza?
M.: Tutto è privo di causa.
I.: Lasciamo da parte le cause della creazione. E chi l'ha vista? Il mondo può perfino essere senza inizio. Ma non parlo del mondo: esista pure, come che sia! Parlo delle moltissime cose che contiene. Ognuna, a sua volta, ha una o più cause.
M.: Se ti fabbrichi un mondo nello spazio e nel tempo, sottomesso alla causalità, per forza devi cercare e trovare cause per tutto. Se fai la domanda, chiami la risposta.
I.: Il mio quesito è semplice: vedo cose d'ogni genere e capisco che ognuna debba avere una o più cause. Dal vostro punto di vista lo negate: nel senso che, se niente è, la questione della causa non si pone. Tuttavia sembrate ammettere che le cose esistano. E qui non vi seguo più: se accettate il principio di esistenza, perché negate quello di causa?
M.: Come sai che il film sullo schermo è solo luce, così io vedo e so che tutto è solo coscienza.
I.: Ma i moti della luce non hanno una causa?
M.: La luce non si muove affatto. Sai molto bene che è un effetto illusorio, una serie di intercettazioni e di colori nella pellicola. È la pellicola, che si svolge: e la pellicola è la mente.
I.: Questo non significa che il film sia senza causa. C'è la pellicola, ci sono gli attori e i tecnici, il regista, il produttore, i vari addetti. Il mondo è governato dalla causalità. Tutto è interconnesso.
M.: Tutto è interconnesso, sì. E per questo ogni cosa ha un numero indefinito di cause. L'intero universo presiede alla minima pagliuzza. Una cosa è com'è perché il mondo è com'è. Vedi: è come se tu trattassi i gioielli, e io l'oro. Tra un gioiello e l'altro non c'è rapporto di causa. Quando rifondi un prezioso per farne un altro, non c'è relazione causale tra i due. Il fattore comune è l'oro. Ma non puoi dire che l'oro sia la causa, perché da sé non causa nulla. Produce il nome e la forma particolare del gioiello, così come la coscienza si riflette nella mente come "Io sono". Tutti i gioielli non sono altro che oro. Analogamente, la realtà rende tutto possibile, e tuttavia niente di ciò che rende una cosa com'è, col suo nome e forma, proviene dalla realtà(1).
E poi, perché darsi tanto pensiero per la causalità? Che cosa causa la materia se le cose stesse sono effimere? Lascia venire ciò che viene e andare ciò che va. Perché afferrarsi alle cose e indagare sulle cause?
I.: Dal punto di vista relativo, tutto deve avere una causa.
M.: A che ti serve il punto di vista relativo, se puoi giovarti di quello assoluto? Ne hai forse paura?
I.: Sì. Temo di addormentarmi sulle cosiddette certezze assolute. Per vivere una vita degna, gli assoluti non servono. Quando ti occorre una camicia, compri la stoffa, chiami il sarto, e così via.
M.: Parli da ignorante.
I.: E qual è la prospettiva del conoscitore?
M.: Tutto è luce. Ogni altra cosa non è che un quadro di luce. Il quadro è nella luce e la luce è nel quadro. La vita e la morte, il sé e il non-sé, sono idee da abbandonare, non ti servono a niente!
I.: Da che punto di vista negate la causalità? Da quello relativo - l'universo è la causa di tutto -? Da quello assoluto - niente è -?
M.: Da quale stato lo domandi?
I.: Da quello quotidiano di veglia, l'unico in cui questa conversazione possa svolgersi.
M.: Questi interrogativi sorgono tutti nella veglia, perché tale è la sua natura. Ma tu non sei sempre in quello stato. Che puoi fare di buono in una condizione in cui entri ed esci continuamente? A che ti giova sapere che le cose sono collegate causalmente - come ti sembra da sveglio -?
I.: Il mondo e la veglia sorgono e tramontano insieme.
M.: Quando la mente è ferma, assolutamente silenziosa, lo stato di veglia non è più.
I.: Parole come Dio, universo, totalità, assoluto, Supremo, sono puri suoni nell'aria, perché non c'è azione che si possa esercitare su di essi.
M.: Sollevi domande cui solo tu puoi rispondere.
I.: Non licenziatemi così! Fate tanto presto a parlare di totalità, universo e enti immaginari, i quali non possono certo impedirvi di parlare per conto loro! Detesto queste irresponsabili generalizzazioni. E voi siete così incline a personalizzarle! Senza causalità non può esserci ordine né azione dotata di scopo.
M.: Ti sembra possibile conoscere tutte le cause di ogni evento?
I.: So che è impossibile. Ma voglio sapere se ci sono cause per ogni cosa, e se le cause possono essere influenzate, influenzando a loro volta gli eventi.
M.: Per influenzare gli eventi, non occorre conoscere le cause. Che tortuosità è mai questa! Non sei tu forse l'origine e la fine di ogni evento? Controllalo alla fonte.
I.: Ogni mattina prendo il giornale e leggo sgomento le afflizioni del mondo: miseria, odio, guerre ininterrotte. Le mie domande riguardano il dolore come fatto concreto, la sua causa, il suo rimedio. Non liquidatemi dicendo che faccio del buddismo. Non etichettatemi! La vostra insistenza sull'acausalità, toglie ogni speranza che il mondo possa cambiare.
M.: Sei smarrito perché credi di essere nel mondo, e non che il mondo sia in te. Chi è venuto prima, tu o i tuoi genitori? Immagini di essere nato in un certo tempo e luogo, di avere un padre e una madre, un corpo e un nome. Ecco il tuo peccato, la tua disgrazia! Certo che puoi cambiare il mondo, se ti ci impegni. Metticela tutta. Chi te lo impedisce? Non ti ho mai scoraggiato. Cause o no, questo mondo l'hai fatto tu, e tu puoi cambiarlo.
I.: Un mondo senza causa è del tutto al di là del mio controllo.
M.: Al contrario, puoi controllare e intervenire solo su un mondo che abbia la sua origine e fondamento in te. Ciò che è creato può sempre essere disfatto e ricreato. Tutto accadrà come vuoi, purché tu lo voglia davvero.
I.: Come faccio fronte ai dolori del mondo?
M.: Tu li hai creati con la materia dei desideri e delle paure, e tu li fronteggi. Tutto deriva dall'oblio del tuo vero essere. Hai dato credito al film, e ora ami i personaggi, soffri con essi e ti adoperi a salvarli. Invece devi incominciare da te. Non c'è altra via. Lavora pure, non c'è danno a lavorare.
I.: Il vostro universo sembra contenere esperienze di ogni tipo. Ogni uomo percorre una traiettoria sulla quale s'imbatte in esperienze di piacere e dispiacere, che lo stimolano a cercare, e ad ampliare la sua prospettiva al di là del piccolo spazio che si è ritagliato per sé. Questo mondo privato e personale può cambiare, nel tempo. L'universo è perfetto e senza tempo.
M.: Scambiare le apparenze per la realtà è una colpa grave, e la causa di ogni disgrazia. Tu sei l'onnipervasiva coscienza autoconsapevole, eterna e onnicreativa. Non dimenticare ciò che sei. Nel frattempo, lavora per l'appagamento del cuore. Lavoro e conoscenza dovrebbero andare di concerto.
I.: Ho la sensazione che il mio sviluppo spirituale non dipenda da me. Fare piani e attuarli da me è improduttivo. Continuo a girarmi intorno. Quando Dio vede che il frutto è maturo, lo spicca e lo mangia. Ogni altro frutto che gli sembri acerbo, resterà ancora un giorno sull'albero del mondo.
M.: Pensi che Dio ti conosca? Egli nemmeno il mondo conosce(2) .
I.: Il vostro è un Dio diverso dal mio. Il mio Dio è misericordioso. Soffre con noi.
M.: Preghi per la salvezza di un uomo, mentre muoiono a migliaia. E se tutti smettono di morire, non ci sarà più spazio sulla terra.
I.: Non ho paura della morte. Mi preoccupano il dolore e la sofferenza. Il mio Dio è semplice e quasi impotente. Non sa intimarci di essere savi. Può solo star da parte e attendere.
M.: Se tu e il tuo Dio siete impotenti, non implica che il mondo è accidentale? E se lo è, la sola cosa che puoi fare è trascenderlo.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 100) Io dico, come ho già detto spesso: dove l'anima ha il suo essere naturale, creato, non v'è verità.
Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 134) Ma io dico: Dio non è né essere né essere dotato di intelletto, e neppure conosce questo o quello.





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