Nisargadatta Maharaj
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6. 16 Maggio 1970




I.: Tutti i maestri consigliano di meditare. Qual è lo scopo della meditazione?
M.: Conosciamo il mondo esterno di sensazioni e azioni, ma il nostro mondo interiore di pensieri e sentimenti, ci è poco noto. Il primo scopo della meditazione è acquistare consapevolezza e familiarità con la nostra vita interiore. Lo scopo ultimo è raggiungere la fonte della vita e della coscienza. La capacità di meditare influenza profondamente il carattere. Siamo schiavi di ciò che non conosciamo, e padroneggiamo ciò che è noto. Di qualsiasi vizio o debolezza annidati in noi, veniamo a capo solo conoscendoli, mettendo a nudo le cause e gli effetti. Quando l'inconscio è portato al livello di coscienza, si dissolve, e la sua estinzione libera energia; la mente si sente all'altezza della situazione e diviene quieta.
I.: A che serve una mente quieta?
M.: Con la mente quieta, emergiamo a noi stessi come puri testimoni. Ci distacchiamo dall'esperienza e dallo sperimentatore, e ce ne stiamo in disparte nella pura consapevolezza, che è a metà strada e al di là di ambedue. La personalità, che ci fa immaginare di essere "questo" o "quello", continua a funzionare, ma come parte del mondo oggettivo. Ciò che si sospende è l'identificazione col testimone.
I.: Dunque la nostra vita si svolge su molti livelli, e per ognuno spendiamo energia. La natura del Sé è compiacersi di tutto, e far fluire le energie all'esterno. Lo scopo della meditazione non è quello di arginare le energie ai livelli più alti, o di spingerle indietro e in su, per dare consistenza e vigore anche ai livelli più alti?
M.: Non è tanto una questione di livelli ma di qualità (guna). La meditazione è un'attività "sattvica", e mira alla completa eliminazione della torbidezza (tamas) e della passionalità (rajas). La pura armonia del sattva è perfetta libertà dall'accidia e dal tormento.
I.: Come rafforzare e purificare il sattva?
M.: Il sattva è sempre puro e forte, come il sole che può sembrare oscurato da nuvole e nebbia, ma solo dal punto di vista del percettore. Òccupati delle cause dell'oscurità, non del sole.
I.: A che serve il sattva?
M.: A che servono verità, bontà, armonia, bellezza? Non hanno scopi fuori di sé. Si mostrano spontaneamente quando le cose sono lasciate a se stesse, senza il desiderio di evitarle, rincorrerle o concettualizzarle, ma sono semplicemente vissute in piena consapevolezza, che è sattva di per sé. Non si serve di cose e persone, ma le colma.
I.: Visto che non posso migliorare il sattva, come devo condurmi con il tamas e il rajas?
M.: Scruta il modo in cui influenzano i tuoi pensieri, parole e azioni, e vedrai che la loro presa su di te gradualmente si allenterà, e potrà affiorare la tersa luce del sattva. Non è un'impresa difficile, né richiede gran tempo(1). La serietà è l'unica condizione per il successo.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E1 a pag. 184) Nessuno deve credere che sia difficile giungere a questo punto, per quanto suoni difficile e difficile sia all'inizio e nel distaccarsi e morire a tutte le cose. Ma quando si è un po' pratici, allora non v'è vita più facile, piacevole ed amabile.





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