Nisargadatta Maharaj
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62. 17 Luglio 1971




I.: Quarant'anni fa, Sri J. Krishnamurti affermò che tutte le chiacchiere sulla persona e l'individualità non hanno fondamento, e che solo la vita esiste. Non tentò di descriverla: la vita - come diceva - non ne ha bisogno, ma può essere pienamente sperimentata se si rimuovono gli ostacoli, che sono l'idea del tempo e il dipenderne, l'abitudine di anticipare il futuro alla luce del passato. La somma totale del passato diventa l'"io ero", quella dei progetti per l'avvenire si solidifica nell'"io sarò", e la vita è una tensione costante a rimbalzare dall'uno all'altro. Il momento presente - l'"ora" - immancabilmente ci sfugge.
Maharaj parla dell'"io sono". Vorrei sapere se è un'illusione come l'"io ero" e l'"io sarò", e se, in questo caso, è possibile liberarsene, benché d'altra parte mi paia assurdo immaginare l'"io sono" senza la nozione di se stessi. C'è qualcosa di reale e stabile nell'"io sono", rispetto all'"io ero" e all'"io sarò", sottomessi interamente al tempo?
M.: L'"io sono" del momento presente è altrettanto falso dell'"io ero" e dell'"io sarò". È solo un'idea, un'impressione lasciata dalla memoria, e l'identità separata che instaura è falsa. Bisogna smettere quest'abitudine di riferirsi a un falso centro: i tanti "'io' vedo, sento, penso, faccio" devono scomparire dal campo della coscienza; ciò che rimane dopo aver eliminato il falso è il reale.
I.: Che cos'è tutto questo parlare dell'estinzione del sé? Come può autodistruggersi? Che genere di acrobazie metafisiche possono portare alla sparizione dell'acrobata? Alla fine riapparirà, tronfio della sua sparizione.
M.: Per sopprimere l'"io sono", non occorre dargli la caccia. Devi solo coltivare un intenso desiderio di realtà. Noi lo chiamiamo atma-bhakti, dedizione allo Spirito, o moksha-sankalpa, la risoluzione a liberarsi del falso.
Nulla si può fare senza amore, e senza la volontà ispirata dall'amore. Limitarsi a parlare della Realtà in astratto è autopunitivo. Deve esserci amore nel rapporto tra l'"io sono" e il suo osservatore. Finché l'osservatore - il sé interno e "superiore" - si ritiene diverso dall'osservato - il sé "inferiore" - e lo disprezza e condanna, la situazione è disperata. Solo quando l'osservatore (vyakta) accetta la persona (vyakti) come una proiezione o manifestazione di sé e, per così dire, ingloba se stesso nel Sé, la dualità "io-questo" scompare, e la Realtà si manifesta nell'identità di esteriore- interiore.
Questa unione dell'osservatore e dell'osservato si ha quando l'osservatore diviene consapevole di sé come osservatore: non solo gl'interessa l'osservato, che è comunque lui stesso, ma l'interesse in sé e per sé, l'attenzione all'attenzione, la coscienza della consapevolezza. Questa consapevolezza amorevole è il fattore cruciale che mette a fuoco la Realtà.
I.: I teosofi e gli occultisti vedono nell'uomo tre aspetti: persona, individuo e spirito. Oltre lo spirito vi è la divinità. La persona è temporanea e assunta per una sola nascita. Si forma col corpo fisico e si cancella alla nascita successiva. Una volta finita, lo è per sempre; non ne resta traccia, eccetto poche lezioni dolci-amare. L'individualità comincia con l'uomo ancora animalesco, e si estingue nell'uomo compiutamente umano. La spaccatura tra la personalità e l'individualità è caratteristica dell'umanità odierna. Da una parte l'individualità s'impone col suo ardente desiderio per il vero, il buono e il bello; dall'altra si verifica una lotta odiosa tra abitudine e ambizione, paura e avidità, passività e violenza.
L'aspetto spirituale è ancora virtuale. In un'atmosfera di dualità non può manifestarsi. Solo quando la persona si ricongiunge all'individuo e ne diventa un'espressione limitatamente autentica, solo allora la luce, l'amore e la bellezza dell'aspetto spirituale, trovano il terreno su cui attecchire.
La vostra distinzione tra vyakti, vyakta e avyakta (osservatore, osservato e campo d'osservazione) corrisponde a quella teosofica tra persona, individuo e spirito?
M.: Quando l'osservatore si rende conto di non esistere senza l'osservato, e questi vede il primo come l'espressione di se stesso, allora la quiete e il silenzio dello stato di avyakta vengono in luce. In realtà i tre sono uno: l'osservatore e il campo d'osservazione sono inseparabili, mentre il vyakti è piuttosto il processo di percezione-sentimento-pensiero fondato sul corpo, composto e alimentato dai cinque elementi.
I.: Qual è la relazione tra il vyakta e l'avyakta?
M.: Come può esserci una relazione quando sono tutt'uno? Se si parla di relazione o separazione tra i due, è perché si è influenzati dall'"io-sono-il-corpo", che è un'idea distorta e aberrante. Il sé esterno (vyakti) non è che una proiezione sul corpo-mente del sé interno (vyakta), che a sua volta è un'espressione del Sé supremo (avyakta), il quale è tutto e nessuno.
I.: Secondo alcuni maestri non ci sono due sé, il superiore e l'inferiore, e l'uomo disporrebbe del solo sé inferiore. Di un sé superiore non fanno menzione né il Buddha né il Cristo.
M.: Come possono esserci due sé in un unico corpo? L'"io sono" è un'unità non divisibile in "superiore" e "inferiore". Tutti gli stati mentali sono presenti nella consapevolezza, e la persona s'identifica con essi. Le cose osservate non sono in realtà come sembrano, e le reazioni che suscitano sono di conseguenza false. Il Buddha, il Cristo o Krishnamurti non parlano della persona. Essi sanno che il vyakti, il sé esterno, non è che un'ombra del vyakta, il sé interno, e perciò solo a questo si rivolgono, lo esortano a vigilare sul sé esterno, a guidarlo, aiutarlo, sentirsene responsabile, in breve ad averne piena consapevolezza. La consapevolezza viene dal Supremo e pervade il sé interno; il cosiddetto sé esterno è solo la parte dell'essere di cui non si è consapevoli. Si può essere coscienti, ogni essere lo è, ma non per questo consapevoli. Nella consapevolezza si è volti all'interno, e si diventa l'interno. In altri termini: il corpo delimita il sé esterno; la coscienza, l'interno, e nella pura consapevolezza s'incontra il Supremo.
I.: Avete detto che il corpo delimita il perimetro esterno del sé. Anche voi avete un corpo, e perciò anche un sé esterno?
M.: Lo avrei, se fossi attaccato al corpo e lo scambiassi per ciò che sono.
I.: Tuttavia ne siete consapevole e badate ai suoi bisogni.
M.: Piuttosto è l'inverso: è il corpo che conosce me e i miei bisogni. E nemmeno così: è nella tua mente che appare questo corpo, nella mia non c'è nulla.
I.: Volete dire che siete consapevole di avere un corpo?
M.: Al contrario, sono consapevole di non averlo.
I.: Ma fumate!
M.: Certo. Mi vedi fumare. Cerca di scoprire come mai mi vedi fumare, e comprenderai facilmente che il tuo stato mentale: "io-sono-il-corpo" è il responsabile dell'idea "ti-vedo-fumare".
I.: C'è il corpo, e ci sono io come conoscitore del corpo. A parte ciò, chi sono?
M.: Non c'è nessun "io" separato dal corpo e dal mondo. I tre appaiono e scompaiono insieme. Alla radice c'è l'"io sono". Oltrepassalo. L'"io-non-sono-il-corpo" non è che l'antidoto dell'"io-sono-il-corpo", che è un'idea falsa. Ma che cos'è l'"io sono"? Se non conosci te stesso, chi altri vuoi conoscere(1)?
I.: Da ciò che dite deduco che senza il corpo non può esserci liberazione. Se l'idea "io-non-sono-il-corpo" porta alla liberazione, la presenza del corpo è essenziale.
M.: Giustissimo. Senza il corpo, come può esistere l'idea "io-non-sono-il-corpo? "Io-sono-libero" è un'idea falsa quanto: "io-sono-schiavo". Scopri l'"io sono" comune a entrambi, e oltrepassalo.
I.: Tutto è sogno.
M.: Sono parole, che te ne fai? Sei schiavo della verbalizzazione. Va' oltre i concetti, scavalca le idee; nel desiderio e nel pensiero ridotti al silenzio, c'è la verità.
I.: Ci si deve ricordare di non ricordare. Che fatica!
M.: Non è un fare, accade. Ma solo quando ne senti davvero il bisogno. Ancora una volta, la serietà è la chiave d'oro.
I.: Nella zona retrostante della mia mente c'è un mulinare continuo. Pensieri minimi e gracili sciamano, ronzano e questa nuvola informe è sempre con me. Vi succede lo stesso? Che cosa avete in quella parte della mente?
M.: Dove non c'è mente, non c'è nemmeno la zona retrostante. Io sono, per così dire, tutto davanti, non c'è un dietro! Il vuoto parla, il vuoto resta.
I.: Senza ricordo?
M.: Non ho memoria dei piaceri o dei dolori del passato. Ogni momento è appena nato(2).
I.: Senza memoria non si può avere coscienza.
M.: Invece io l'ho, e ne sono pienamente consapevole. Non sono un pezzo di legno! Prova a paragonare la coscienza e il suo contenuto a una nuvola. Tu sei all'interno della nuvola, io, invece, la guardo. Tu sei perso in essa, a malapena ti vedi la punta delle dita, mentre io vedo la nuvola e molte altre nuvole, e anche il cielo blu e il sole, la luna, le stelle. La realtà è la stessa per tutti e due, per te è una prigione, per me è la casa.
I.: Tra la persona (vyakti), il testimone (vyakta) e il Supremo (avyakta), chi viene prima?
M.: Nel Supremo appare il testimone, il quale crea la persona come un altro da sé. Quando il testimone scorge la persona apparire nella coscienza, che a sua volta traspare nel testimone, la comprensione di questa unità fondamentale dei tre, è opera del Supremo. E il potere che barluma dietro il testimone, è la fonte da cui tutto sgorga. Non si viene a contatto con esso, a meno che la persona e il testimone siano uniti da una solidarietà e un amore reciproci, e l'azione sia in armonia con l'essere e la conoscenza. Il Supremo è sia la fonte che il frutto di questa armonia. Mentre ti parlo sono in uno stato di amorevole e distaccata consapevolezza (turiya). Quando è rivolta a se stessa, puoi chiamarla lo stato supremo (turiyatita). Ma la realtà ultima è oltre la consapevolezza, al di là dei tre stati del divenire, dell'essere e del non essere.
I.: Come si spiega che mentre sono qui, la mia mente è assorta in pensieri elevati sui quali indugia felice; e poi, una volta a casa, dimentico tutto ciò che ho appreso da voi, e mi ritrovo tormentato come al solito, incapace di ricordare anche per un solo momento la mia vera natura?
M.: Quando torni a casa, ritorni alla tua immaturità. Non sei pienamente cresciuto, hai ancora dei livelli acerbi perché sono rimasti trascurati. Osserva con attenzione quello che in te è grezzo e rudimentale, irragionevole, aspro e infantile; e maturerai. La maturità del cuore e della mente è essenziale. Viene da sé, senza sforzo, non appena sono rimossi gli ostacoli principali: la disattenzione e l'incoscienza. Nella consapevolezza cresci.



Tratto da Io sono Quello
Rizzoli Editore - Milano 1981, 82
Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò
Riprodotto su autorizzazione


Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 53) Come l'uomo potrebbe conoscersi come conoscente Dio, quando non si conosce neppure in se stesso?
Vedi Eckhart:
(E2 a pag. 192) Ho detto una volta che Dio crea ora il mondo, e tutte le cose sono ugualmente nobili in questo giorno.